Echi di Guerra – I Dojin

Capitolo 15
I Dojin

Le vette sembravano vicinissime ma Ven Vlad sapeva che era solo un inganno della prospettiva:
la catena montuosa era immensa e ancora lontana.
Le cime di quelle particolari montagne erano così ripide che anche la neve e i ghiacci non vi avevano trovato appiglio.
Le Vette di Cristallo prendevano il loro nome dalla loro particolare formazione: antichi vulcani aveva lasciato guglie aguzze di materiali vetrificati che ora brillavano scuri e traslucidi all’orizzonte.
Quando ancora il sole toccava quei territori le punte potevano prendere tutte le tonalità del cielo e del sole ma ora, sotto uno spesso strato di nubi, circondate dall’abbagliate candore della neve, apparivano come nere ossa spezzate e bruciate che sbucavano dal terreno.
Ven Vlad avrebbe voluto arrivare più vicino di così alla sua meta ma sapeva che era meglio lasciare che i dojin lo vedessero avanzare con calma lungo le pendici.
I dojin non erano una razza ospitale e raramente accettavano visitatori nella loro città.
Ven Vlad era già stato lì molti anni prima e ricordava ancora in quale anfratto si celava l’ingresso della città e questa era una fortuna, perché in alternativa avrebbe potuto passare anni cercandola, senza mai trovarla.
L’ingresso era costituito da una spaccatura che da lontano era praticamente invisibile e anche quando ci si entrava sembrava poco più di una larga fessura di roccia.
Le pareti erano talmente lucide da sembra un labirinto di specchi scuri, che rimandavano all’infinito l’immagine del visitatore.

Ven Vlad avanzò sicuro anche quando la luce diminuì e l’aria intorno a lui divenne nebbiosa e densa, come se freddi vapori avvolgessero l’interno di quelle montagne.
Camminò così per quei cunicoli finchè un lieve suono davanti a lui non lo fece fermare.
Qualcosa di rosso fluttuò leggero di fronte a lui.

“ Ven Vlad è il mio nome, custode del sempre, custode di morte ” Scandì lentamente, ma senza aggiungere altro.
Il silenzio si protrasse e le nebbie si smossero lievemente, poi, per un breve attimo, un dojin di colore scarlatto, e un altro nero come la notte comparvero tra le volute per subito scomparire.

Ven Vlad avanzò, seguendoli in quello che sembrava un cammino senza fine: le pareti ai suoi fianchi erano ormai invisibili e il movimento del suo mantello creava giochi di fumo che si disfacevano in scie lattiginose che a tratti sembravano forme umanoidi ai suoi lati.
Sentiva il terreno roccioso sotto i piedi ma avrebbe potuto anche camminare su una sottile cengia per quello che ne sapeva.
Nonostante ciò avanzò seguendo i brevi bagliori delle sue guide.

Ad un tratto la sensazione di spazio intorno fu palpabile e l’aria si schiarì un poco nel vasto ambiente circostante: Ven Vlad stava camminando su uno stretto sentiero e tutto intorno a lui milioni di uova erano ammassate in cangianti arcobaleni di colori.
Molte femmine dojin erano affaccendate tra le uova: le saggiavano, le soppesavano e poi ad una ad una le spostavano in nicchie di roccia, lontane dalle altre.

Sui loro volti era scritta un’angoscia senza fine.
Ad un tratto una femmina afferrò un uovo più piccolo degli altri e con un gesto di estrema rabbia lo scagliò per terra, rompendolo.
Un piccolo corpo si contorse per un attimo ma la femmina lo schiacciò sotto i suoi piedi, urlando di furia e di dolore.

In quel momento Ven Vlad comprese la gravità della situazione: l’intero popolo stava per sacrificarsi in quella guerra.
Stavano andando contro il loro naturale istinto e stavano dividendo le uova per garantire un futuro alla loro razza.
Sapevano che nessuno di questa generazione sarebbe sopravvissuto alla chiamata della loro Signora contro gli Adra e preparavano il terreno per la prossima generazione.
Ma l’istinto era forte in quelle creature ancora legate all’abisso e l’idea stessa che tutti i loro piccoli, anche i più deboli, potesse sopravvivere alla schiusa rendeva furiose le madri.
Nonostante ciò la femmina che aveva infranto l’uovo venne prontamente fermata dalle altre prima che potesse di nuovo uccidere.

Poi improvvisamente come si erano sollevate, le nebbie di nuovo si chiusero intorno a Ven Vlad.
Il cammino durò ancora per ore, in un silenzio a volto rotto da urla o ringhi, a volte vuoto e a volte echeggiante di sussurri.
Passo dopo passo la nebbia si faceva sempre più densa e più scura finché ad un certo punto ogni luce scomparve.

Ven Vlad rimase immobile, in ascolto.

I sussurri e i fruscii sembravano indicare che intorno a lui vi fossero moltissimi dojin, ammassati e sussurranti, ma nessuna parola era davvero distinguibile.
Poi sette voci parlarono:
“ Dicci cosa vuoi da noi! La nostra città somiglia già così tanto ad un cimitero da averti attirato fin qui ?”
Ven Vlad soppesò ogni parola
“Forse. O forse voglio dare un consiglio alla vostra razza”
I vestiti e il mantello dell’uomo si mossero appena, come sfiorati da mille mani e altre sette voci parlarono:
“Noi siamo gli abitanti dell’Abisso. Non accettiamo consigli da te”
Sarebbe stato un colloqui difficile.
“Può darsi . Ma se fosse così non avreste lasciato la via libera fino a qui senza ostacolarmi ,vi dirò quello che devo e voi ascolterete “
Sette voci, sempre differenti dalle precedenti, intonarono insieme:
“Allora dicci, e poi vattene. Non sei il benvenuto qui “
No, non lo era. Ma ormai era tardi per ritirarsi e c’erano cose troppo importanti in gioco.
“Voi siete demoni, siete relegati qui e vedete questa guerra solo in funzione di una morte sanguinosa che possa riportarvi nel Kaelorn. Ma la vostra Signora è legata a questo piano proprio come voi. E vi chiama alla battaglia. Io non ho il potere per fermarvi e non mi interessa farlo. Non mi importa chi vincerà questa guerra. Voglio solo essere certo di chi sarà a perderla”
Per un attimo sembrò che l’oscurità stessa prendesse vita in una fredda risata di molti toni e voci, poi il silenzio cadde di nuovo.
“La Guerra non ha bisogno di vincitori e perdenti, stolto! La Guerra esiste per essere Guerra! Tu vuoi vedere la Guerra finire! Tu sei un miscredente nella casa di Crondor!”
Ven Vlad si rese conto della cecità di questa razza, in passato la sua reazione sarebbe stata l'annientamento di tutti i presenti, ma non oggi . I fruscii intorno a lui si erano intensificati e ora sentiva mani calde e gelide toccarlo e spingerlo.
“Posso capirvi. Le mie parole sono state fuorvianti. Vi riproporrò il mio pensiero in altro modo. Voglio una vita. E’ mia di diritto . Voglio che in questa Guerra muoia Zemekis. Aiutate il mio piano e garantisco che sarà concessa un'intercessione per il regno dei morti. Le vostre anime saranno solo di passaggio per quei luoghi. Le essenze giungeranno nel Kaelorn”
Il Custode dei cimiteri parlò ancora a lungo in quella sala buia finché altre sette voci misero fine alla discussione.
“Parli bene per essere un miscredente, ma questa e l’anticamera degli Abissi. Qui non esiste altro piano all’infuori del DISEGNO”
E questo mise fine alle trattative.