Echi di Guerra – Draconiani

Capitolo 20
Draconiani

Hopacka galleggiava sopra le nuvole, ma anche se era rischiarata dal sole la temperatura era inesorabilmente gelida.
Da quando i draconiani si erano uniti all’esercito della Dama, il drago dorato volava spesso intorno alla città, sembrava quasi una madre intenta a controllare i propri cuccioli.
E di questo la popolazione della città era cosciente ma non certamente felice.
Il continuo trovarsi dinnanzi all’imponente drago suscitava nei draconiani un senso di disagio e di rabbia impotente che stava con il tempo portando la popolazione ad uno stato di tensione costante.
L’innato orgoglio razziale di questa popolazione, la loro certezza di essere superiori a qualunque altra razza in virtù della propria discendenza dai draghi, era profondamente minata dalla vicinanza continua del Drago di Morgam.

Hopacka era inoltre in subbuglio per le nuove direttive che erano giunte dal Consiglio Militare: il campo degli Hutamak stava per essere smantellato.
Il provvedimento era sembrato ingiusto e scandaloso a tutta la popolazione e soprattutto i meno giovani non riuscivano davvero a credere in una città priva del campo Hutamak.

Nonostante il malcontento tutti comprendevano perfettamente la scelta del Consiglio Militare ed erano disposti a rispettarla, seppure a malincuore.

I più colpiti dalla decisione erano proprio gli Hutamak che avevano preso l’abitudine di recarsi ogni mattina, in massa, a pregare ai piedi della statua di Kryos in cerca di un illuminazione per affrontare un futuro che ora vedevano come fumoso ed incerto.

Gli Hutamak sapevano essere furtivi, letali, spietati e coraggiosi, proprio come ci si aspettava da ogni draconiano, ma oltre a questo sapevano benissimo che la loro vita sarebbe dovuta essere breve e che avrebbe dovuto finire con una morte gloriosa per mano dei propri fratelli.

A nulla erano valse le rassicurazioni degli altri draconiani secondo le quali morire per mano di un adra era altrettanto glorioso che essere cacciati dai propri fratelli: gli Hutamak erano inorriditi davanti alla prospettiva di combattere e morire contro una razza diversa dalla loro e ancora peggiore era la prospettiva di perire sotto le mani di un Adra.
La visione dell’esercito degli Adra aveva risvegliato in tutti i draconiani incubi atavici di torture e nefandezze. Sapevano che la loro razza era ormai impura e irrimediabilmente corrotta proprio dalla razza rossa.

E la costante vicinanza con il Drago di Morgam non faceva che ricordarglielo.

Così quel mattino Krezyo si alzò come tutte le altre mattine, e si recò alla statua di Kryos, ma Krezyo non aveva intenzione di pregare quel giorno. Aveva già preso la sua decisione ed era pronto a seguirla.

Come tutte le mattine gli Hutamak erano inginocchiati in preghiera intorno alla statua.
Krezyo avanzò tra gli altri e salì sui primi gradini del basamento che sosteneva il monumento. Non tutti si accorsero subito di lui, poiché molti erano persi nei loro pensieri, ma qualcuno cominciò ad additarlo e a mormorare.
Krezyo si schiarì la voce e cominciò a parlare:
“Voi mi conoscete, sono Krezyo. Ho compiuto quindici anni il giorno stesso in cui il Consiglio Militare a deciso di smantellare il nostro campo. Quel giorno era importante per me: avrei dovuto partire per la terraferma, avrei dovuto essere inseguito ed ucciso come vuole la tradizione e come io ho sempre sognate per tutta la mia vita.
Ma questa guerra con gli adra ha dovuto portare la nostra razza a prendere decisioni estreme!
Ora io vi domando: è giusto?
Pensateci, vi prego.
E’ giusto che proprio gli adra, coloro che ci hanno tolto la possibilità di levarci alti nei cieli di Morgam” e così dicendò indicò il drago che lanciava la sua grande ombra su di loro dal cielo azzurro “proprio loro, l’odiata razza, ci costringa oggi a rinunciare anche alle nostre più nobili tradizioni?”
Krezyo ascoltò il mormorio di assenso che si levava dagli Hutamak.
“Io non sono un codardo. Non ho paura di morire. So che la morte è il mio destino imminente perché questo è ciò che sono: un Hutamak! E ne sono fiero! Anche se dovrò disubbidire al Consiglio Militare, ora io, davanti a voi, prometto che non mi lascerò uccidere da mano che non sia degna! Io mi rifiuto di partecipare a questa violazione delle nostre tradizioni! Io morirò come si confà ad un fiero draconiano del mio rango!”

E così dicendo Krezyo si diresse ai margini della città, seguito da tutti gli altri Hutamak.
Molti erano perplessi, non capendo dove volesse andare o cosa volesse fare ma era il primo seme di un’idea per la quale avevano pregato strenuamente e quindi lo seguirono comunque.

A margini estrerni di Hopaka Krezyo si affacciò sul vuoto sotto di lui, guardando le brillanti acque blu sottostanti si lanciò nel vuoto.

Gli altri draconiani che lo avevano seguito fin lì rimasero interdetti per un solo istante: l’altezza era estrema e l’impatto con le acque sottostanti avrebbe potuto risultare fatale.
Ma nonostante ciò si lanciarono.

Alcuni, ma furono in verità pochi, morirono nell’impatto con le gelide acque, ma la maggioranza sopravvisse e continuò a seguire il loro condottiero improvvisato.

Krezyo nuotò fino alle lastre di ghiaccio che sovrastavano la laguna e si arrampicò su di esse, gli occhi fissi sul brillante scintillio del tempio di Morgam.
Il suo passo era deciso, marziale e non esitò per un solo istante.

Quando arrivò davanti al tempio vide che le grandi porte erano aperte, come ad attenderlo.
E i suoi occhi si sgranarono quando vide la Dama in persona in piedi al centro della grande e luminosa navata, come ad accoglierlo.

Varcò la soglia titubante, quasi imbarazzato dall’enormità dell’onore che riceveva, e si appressò alla Dama, cadendo in ginocchio davanti ai suoi piedi, come i molti dietro di lui.

Ristette in silenzio solo per pochi attimi, poi, levando gli occhi con decisione, scandì piano le parole:

“Nostra Dama, nostra luce e guida. Siamo qui a supplicare il perdono di Morgam. Chiediamo perdono perché non combatteremo per lui e per voi in questa guerra.
Sappiamo che Morgam è giustizia e a questo ci appelliamo chiedendo di lasciarci morire, come dovrebbe essere, per una mano degna del nostro sangue di drago e non sotto i colpi degli odiati adra!
Dama, chiediamo il permesso di ucciderci ora, per nostra stessa mano, davanti ai vostri piedi. E chiediamo il perdono per questa disobbedienza.”

Gli occhi di Krezyo rimasero fissi in quelli della Dama che con un triste sorriso rispose:
“DAVANTI AD UNA SUPPLICA COSI’ ACCORATA MORGAM VORREBBE UCCIDERVI CON LE SUE STESSE MANI, SE POTESSE SCENDERE DAI CIELI. SE VI ACCONTENTATE, ONOREVOLI ED INTEGERRIMI DRACONIANI, SARANNO LE MIE MANI A DARVI LA MORTE, SEPPUR INDEGNE DEL VOSTRO CORAGGIO!”

Gli occhi di Krezyo si riempirono di lacrime di gioia e di ringraziamento e girando lo sguardo sugli altri Hutamak vide che tutti erano enormemente onorati del favore ricevuto.

“Siamo pronti!” disse spostando lo sguardo dai profondi occhi della Dama alle mani dove Kirkuk, il sacro martello di Morgam, stava comparendo.

Il drago scese in picchiata in una stretta spirale intorno alle cupole dorate e lanciò un lungo, lugubre e terrificante urlo.