Echi di Guerra – Reillond

Capitolo 21
Reillond

Ven Vlad aveva quasi finito di incastrare gli ultimi tasselli del suo piano: le razze che seguivano Crondor erano state convinte abbastanza facilmente, e ugualmente non aveva trovato nessuna vera resistenza da parte delle razze che seguivano Morgam.
Ora era arrivato ad un punto cruciale della sua attenta pianificazione: i Reillond.
Questa razza era da sempre una specie di affascinante sfida per Ven Vlad: li trovava incongrui nella loro ricerca dell’isolamento e allo stesso tempo li trovava simili a se stesso nel profondo sonno che potevano intraprendere.

A volte, quando la morte era tutto intorno a lui come in quel momento, Ven Vlad si ritrovava a farsi delle domande.
Erano quesiti stranamente “mortali” che in chiunque altro avrebbe trovato puerili:
“Chi siamo davvero?”
“Qual è la giusta via da seguire in questo momento?”
“Otterrò ciò che voglio?”
Ovviamente le risposte che dava a queste domande erano estremamente diverse da quelle che avrebbero potuto dare chiunque altro.
Chiunque altro tranne i Reillond.
E questo gli provocava un brivido strano.

Il custode dei cimiteri aveva pochi amici che potesse chiamare tali, ma innegabilmente un membro della razza reillond era tra questi e grazie alla sua intercessione Ven Vlad camminava tranquillo verso i Denti di Drago, sapendo che sarebbe stato accolto e scortato fino a Eret-Arbetin, la città sepolta.

Era stano come questa guerra lo stesse portando in posti che fino a quel momento lo avevano lasciato indifferente, posti che non era mai stato suo interesse visitare come il Cielo dorato e ora la città dei Reillond.
Lui era sempre stato un attento osservatore del mondo e ora si trovava a dover guardare da vicino certe realtà che aveva fino a poco tempo prima considerato sbagliate o quantomeno irrilevanti.
Doveva arrendersi all’evidenza: nel tempo si era innamorato profondamente di Adra e ora stava cercando di fare tutto quello che era in suo potere per salvarlo.
Forse era addirittura questo lo scopo per cui esisteva.

Alle pendici dei Denti di Drago una delegazione di Reillond lo stava aspettando. Erano in tre, uno per ogni casta: fuoco, terra e acqua… mancava un delegato della casta dell’aria, ma probabilmente sarebbe stato chiedere troppo.

Si rivolsero a lui con fare amichevole e lo scortarono nelle profondità del terreno, molto più in profondità di quanto qualunque nano avesse mai scavato, probabilmente.
La chiara luce del mondo di superficie era solo di poco attenuata e si diffondeva ovunque grazie agli ingegnosi sistemi di specchi che rischiavano tutta la città.

La distesa aperta davanti ai suoi occhi non assomigliava per nulla alle altre città sotterranee di razze diverse come i nani o i dojin: la città si apriva a perdita d’occhio in una caverna così grande che l’occhio non ne vedeva le pareti.
Al centro della città si innalzavano le scalinate che portavano su un’altura: il tempio di Teldon, indubbiamente, ma anche il luogo dove riposavano i cinque “eterei” della casta dell’aria: Kair Elendras.
Ven Vlad era diretto là.
Sapeva che gli Eterei erano svegli: era un fatto raro, la maggior parte della loro esistenza eterna quei reillond la passavano in uno stato di meditazione così profondo da essere simile ad un sonno magico.
Ma ora erano svegli e lo stavano aspettando.

Quello che davvero apprezzava di questa razza era la totale mancanza di presunzione verso gli altri: tutte le razze che aveva visitato finora avevano cercato di far passare il loro desiderio di incontrarlo come un gesto di condiscendenza nei suoi confronti.
Gli oscuri aveva finto di ignorarlo mandandogli incontro un reietto, i dojin avevano fatto in modo di mostrarsi a lui solo in una spessa nebbia, le valchirie avevano dovuto accettarlo solo dopo l’ordine diretto della Dama… i reillond invece non avevano timore ad ammettere che erano curiosi.
La loro funzione primaria era quella di ricordare le cose ed era chiaro che per loro lui era un’ottima fonte di memorie e per questo degno di attenzione.
Non dissimulavano il loro apprezzamento per quello che lui stava tentando di fare dietro a maschere di fredda cortesia, e non facevano astrusi calcoli su quali secondi fini lui potesse avere, semplicemente accettavano la sua venuta e lo accoglievano come un “evento” degno di attenzione.

Quando finalmente arrivarono al tempio Ven Vlad si ritrovò accompagnato al suo centro dove un colonnato circolare si distingueva dal resto della costruzione: tra una colonna e l’altra era steso un tessuto che sembrava un fine merletto e che lasciava intravedere le figure umanoidi che si muovevano all’interno.
Ad una ispezione più approfondita il merletto si rilevò un delicatissimo lavoro di cesello della roccia chiamata Armin e in quel lavoro il guardiano dei cimiteri vide la mano di un dio.

Gli Eterei lo stavano aspettando ma nessun varco era presente nel superbo lavoro d’intaglio e così, mentre loro non potevano uscire, Ven Vlan non poteva entrare tra quelle sacre colonne.
Porse i suoi omaggi dal punto in cui si trovava e gli Eterei si appressarono al traforato tramezzo per parlare con lui:

“Benvenuto Vel Vlad. Il nostro comune amico ci aveva avvertiti del tuo arrivo, attraverso i suoi canali. Sappiamo chi sei e cosa ti ha spinto qui."

Ven Vlad sorrise a proprio agio. Non si aspettava attacchi alla sua persona e non si aspettava di dover convincere i Reillond con grandi discorsi, era più per rispetto nei loro confronti che si trovava lì che non per una reale necessità.

“Il nostro comune amico mi ha… diciamo che mi ha aiutato in una delicata situazione e sta agendo per mio conto davvero in maniera eccellente. Se avrete modo di sentirlo ancora vi prego di porgergli i miei ringraziamenti. Purtroppo dovrò approfittare della sua gentilezza ancora per un po’ di tempo…”

"Conosciamo il tempo e il luogo del vostro incontro, dove tutto ebbe inizio. Tutto muta in continuazione, custode dei Cimiteri e tu più di altri dovresti comprenderlo. Egli si mostrerà a te quando riterrà opportuno farlo e con i mezzi di cui tu stesso disponi."
Vald aveva ricevuto più risposte in quel momento, che in tutto il suo periodo post-risveglio. Osservò quelle figure indistinte e proferì un semplice "capisco".

La conversazione si fece via via più colloquiale mentre veniva portato un tavolo e uno scranno per far accomodare l’ospite e rinfreschi per onorarlo.