15° giorno, 7° mese, 2011 Dopo la Caduta

Il mezz’orco riprese lentamente conoscenza risvegliato dal freddo pungente e da qualche rado fiocco di neve che scendeva nell’aria, gli occhi impastati che rifiutavano di aprirsi alla luce del giorno, la testa pesante e dolente. Si diede una scrollata e tentò di inutilmente muoversi come se le sue membra fossero prive di vita. La realtà stava tornando lentamente e dolorosamente a galla, provò a muoversi e pian piano capì che era stato legato. Diede uno strattone più violento e grugnì di dolore quando una fitta pungente gli attraversò il fianco sinistro. Ansimò e immediatamente ebbe un violento accesso di tosse seguito da un rumore gorgogliante. Si rese conto che una costola doveva avergli bucato un polmone.

Alzò lentamente la testa e aprì gli occhi, guardandosi attorno. Era legato strettamente con le sue stesse corde ad uno spuntone di roccia che affiorava dal terreno, tutt’intorno a lui giacevano scomposti i cadaveri dei suoi compagni irrigiditi nelle grottesche pose della morte violenta. Il più vicino a lui aveva ancora dipinto sul volto l’espressione di improvvisa sorpresa che aveva qualche istante prima di venire sgozzato.
La mezzelfa era ancora lì, immobile, come l’aveva lasciata qualche istante fa, nuda, i lunghi e fini capelli biondi leggermente mossi dal vento gelido che spazzava la valle. Stava osservando attentamente il pugnale che pochi istanti prima gli era appartenuto.
Come era potuto succedere? L’avevano catturata almeno un mese fa con facilità quasi irrisoria, l’avevano costretta a battersi nuda nei combattimenti clandestini presso i più svariati accampamenti e ci avevano guadagnato una gran bella somma e poi erano riusciti a svignarsela alla grande senza pagare pegno. Si erano decisi a sbarazzarsi di lei ma prima volevano prendersi un po’ di sano divertimento con quella femmina troppo bella anche per gli standard raffinati di nobili e ricchi. Era stato uno scherzo strapparle di dosso il sudicio mantello che la copriva, lei si era coperta con le mani, imbarazzata e impaurita, gli uomini si erano messi a ridere e avevano abbassato la guardia. L’ultimo errore della loro vita. Fu un lampo, la gola squarciata di quello più vicino morto senza nemmeno rendersene conto, la spada di quest’ultimo che tagliava i suoi compari con grazia mortale e implacabile, visceri e arti che cadevano a terra. Sembrava un incubo fatto a realtà, sfuggente, implacabile. L’ultimo suo ricordo erano gli occhi verdi, gelidi della mezzelfa mentre gli sfondava un fianco. Poi il buio.
Lui non era un criminale di mezza tacca. Aveva stuprato, saccheggiato villaggi, massacrato, terrorizzato città, torturato e squartato ricchi e poveri solo per noia. Aveva contrabbandato in armi e sostanze proibite, aveva ucciso figlie davanti ai padri, dopo averne preso il riscatto. Il resto non se lo ricordava.
Cominciò ad fissare meglio la mezzelfa e la osservò attentamente finchè uno sbuffo di vento le spostò una ciocca dei lunghi capelli rivelando un particolare per un attimo fuggente. Un tatuaggio. Il mezz’orco cercò di ridere ma un fiotto di sangue gli salì alla gola facendolo tossire violentemente. Sorrise, non era affatto un criminale di poco conto, si disse, se dopotutto ci era voluto un alto ufficiale dei Pretoriani per ucciderlo.
La mezzelfa lo stava fissando.
Il mezz’orco sogghignò ferocemente, lui non avrebbe mai ceduto, non le avrebbe mai dato questa soddisfazione:
“Quella lama non ti servirà a tirare fuori niente da me- la sfidò arrogante- Prova a usare le tue tettine da mezzelfa, se vuoi!”
Gli occhi della donna gli si piantarono addosso, verdi, eppure gelidi come l’acciaio.
“Bella lama” Sorrise lei. E poi, con un movimento improvviso gli piantò il coltello nello stomaco.
Il mezz’orco gridò, più di sorpresa, ma le urla si tramutarono in dolore quando la donna gli aprì lo stomaco fino all’ombelico e poi fu puro terrore quando arrivò all’altro fianco.
Gridò, e gridò ancora più forte, come mai aveva fatto nella sua miserevole vita quando sentì le mani di lei infilarsi nel suo stomaco, andare in profondità e afferrarne le viscere e le budella.
“Non ti preoccupare- la donna gli sussurrò all’orecchio- i tuoi amici sono stati sufficientemente loquaci prima di crepare”
E con un movimento rapido gli cavò gli organi dal ventre rovesciandoli sul terreno.
Il mezz’orco ebbe appena il tempo di capire che stava morendo, la morte lo ghermì troppo velocemente perché potesse maledirla, troppo lentamente perché quegli attimi di agonia non sembrassero un’eternità. Rese la sua anima agli abissi mentre ancora il corpo tremava.
La Pretoriana si staccò, indifferente, si aggiustò con nonchalance i capelli mossi dal vento, cominciò a guardarsi intorno come se cercasse qualcuno.
Il messo comparve, silenzioso e improvviso, dietro un costone di roccia,.
“Sei in ritardo” Gli fece notare lei, piccata.
“Arrivo quando devo arrivare, Pretoriana. Non sono un tuo servo”
La figura ammantata si avvicinò e scaricò a terra una pesante sacca di cuoio.
“Il vostro equipaggiamento”
La donna lo aprì e cercò subito il suo mantello per scaldarsi.
“Il Padrone è molto soddisfatto del vostro operato. Il Padrone è sempre contento quando scommette sulle pedine giuste”
“Non mi pace questo genere di commento”
“Il Padrone vuole di più. Esige un salto di qualità. Egli sa che l’elezione per il nuovo Praefectus è vicina. Ritiene che tu sia il Centurione adatto per ricoprire quel ruolo”
“Non mi interessa cosa ritiene. Le questioni della Guardia non sono affari che lo riguardino. Se ne deve stare lontano” sibilò minacciosa la donna.
“Il Padrone ha pensato che questo potrebbe aiutarvi”
La figura posò a terra un’altra pesante sacca di cuoio e sparì. Nel nulla.
La mezzelfa si avvicinò, sciolse con cura i legacci, aprì la sacca e guardò dentro.
Quel giorno, Khalliope Mezzelfa, Centurione della Legio I Victrix della Guardia Pretoriana, meglio conosciuta come “Il Flagello degli Orchi”, per la prima volta in vita sua rimase impietrita e senza parole per la sorpresa.

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