13° giorno, 9° mese, 2012 dopo la Caduta

"Faustolo era sempre stato così fin da bambino: semplice, gentile e sorridente con tutti. Aveva sempre avuto quell’andatura un po’ incerta, quei movimenti un po’ meccanici e legnosi che facevano presumere che qualcosa non fosse del tutto a posto, ma al paese ormai tutti non ci facevano più caso. I più maligni lo definivano lo scemo del villaggio, la maggioranza, invece, lo considerava un animo semplice e gli voleva bene.
Faustolo faceva il pastore, non di un suo gregge, non lo avrebbe saputo gestire, ma dei contadini delle fattorie vicine. Ogni giorno raccoglieva le pecore di tutti, si faceva dare qualcosa da mangiare e se ne andava salutando con il suo sorriso un po’ enigmatico.
Spariva per giorni, senza lasciare detto dove andava, e dopo qualche giorno era di ritorno senza nemmeno una pecora scomparsa, con la sua risata infantile e innocente.
Da semplice qual’era, Faustolo amava le cose semplici: la fragranza del pane appena sfornato, il profumo penetrante del formaggio stagionato e la dolcezza di una buona fiasca di vino.
Non mangiava molto, spesso se ne dimenticava: trovato un luogo di suo gradimento, un laghetto o un prato fiorito, Faustolo estraeva dalla sua sacca di stoffa il suo flauto e cominciava a suonare per ore e ore, a volte giorni interi. Senza mai fermarsi.
Non vi era nulla che non fosse in grado di suonare: pizziche, stornelli, gighe, sonetti o ballate, qualsiasi forma di musica era nel suo repertorio. La sua non era bravura, era arte allo stato puro, sublime capacità di toccare l’animo umano anche nei suoi punti più remoti. Dalle sue dita scaturivano cascate di note allegre e sonanti, oppure basse e cariche di una straziante tristezza oppure coinvolgenti e scatenate. Si raccontava che persino gli animali feroci stessero in silenzio ad ascoltare le sue melodie.
Quel giorno non era diverso dagli altri, il vento accarezzava il manto erboso facendo sembrare il prato un immenso mare verde, l’aria era tiepida e frizzante e il vino era buono. Note argentine salivano verso il cielo terso, rincorrendosi, intersecandosi in complicate armonie per poi liberarsi verso le nuvole bianche.
Ci fu una pausa innaturale, disturbante, un sibilo malevolo. L’ultima nota uscì dal flauto, sembrò volersi aggrappare disperatamente ad esso e poi si librò nell’aria.
Faustolo non si accorse nemmeno del grugnito bestiale alle sue spalle, o del fiore rosso sangue che si apriva nel petto o della rozza spada che lo trapassava da parte a parte. Sbatté gli occhi un paio di volte e morì con il suo sorriso semplice e infantile disegnato sul volto."