Comunicazioni
10/08/10 Nuove foto Incoronazione!
by IL Narratore on ago.09, 2010, under Aggiornamenti, Comunicazioni
Commenti disabilitati :Incoronazione 2010 more...17° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.17, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna
"Credi che sarà questa la scelta della Voluntas?"
"Non lo credo, lo so. Ma questa è una mia sensazione. Per esserne sicuri, dovremo richiedere l'intervento dei fedeli…di Narva"
"Di quell'accozzaglia di umani e oscuri? Mi hanno perfino attaccato quando sono andato a reclamare il Consigliere…."
"Lo so. Ma per esserne sicuri dobbiamo parlare con la Voluntas Crondoris, e per farlo abbiamo bisogno di sangue, molto sangue, e ogni armato dovrà essere presente."
"Su questo hai ragione, ma se la scelta ricadesse su un altra persona? Sinceramente lo preferirei, ma vorrebbe dire che tutti questi mesi di tortura, sia nostra che sua, sarebbero stati inutili"
"Trovi inutile il dolore?"
"Non dico questo e lo sai fratello"
"Ad ogni modo l'unico modo per saperlo è riuscire a sentire di nuovo la Sua voce. Sono sicuro di quello che faccio, così come sono sicuro che la scelta della Voluntas Crondiris sarà la migliore possibile per Narva ora."
"Indubbiamente. Lode a Crondor fratello"
"Lode a Crondor. Bene, ha avuto un'ora per riprendersi, ricominciamo con la preparazione."
Dialogo tra due Doijn, accampamento di Narva presso la Foresta dei Tuiadri
14° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.14, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna
"Zitto! Ho sentito dei passi qui dietro. Vieni con me e cerca di non far rumore".
I due esploratori si acquattarono lungo i cespugli e scivolarono nel massimo silenzio dietro ad una grande pianta. A meno di trenta metri c'era una figura umana che rimescolava la terra in cerca di qualcosa, forse cibo.
"E' uno di quegli esseri" Bisbigliò uno.
"Shhh! Silenzio o ci sentirà! Voglio vedere cosa sta facendo." Rispose l'altro.
La figura si voltò di scatto verso i due, come se avesse potuto sentire quei bisbigli quasi impercettibili. Se li vide, non se ne curò, poichè tornò a cercare per terra tra alcuni rovi. Sul suo volto si dipinse il trionfo, poichè sembrò trovare quello che andava cercando. Si mise in una bisaccia primitiva alcune foglie e si diresse da dove era venuto.
Gli esploratori attesero qualche secondo e lo seguirono, ma giunti all'altezza di una svolta del sentiero non videro più nessuno. La creatura si era dileguata. Increduli si avvicinarono la luogo dove la figura era accucciata e vi trovarono una pianta di ribes selvatico.
"Mi piacerebbe davvero sapere cosa sono. E' il terzo avvistamento che faccio questa settimana. Torniamo all'accampamento e facciamo rapporto"
Due Esploratori nella Foresta dei Tuiadri
13° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.13, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna
"Ho così tanti dubbi…."
"Cosa ti turba?"
"Sono così…piccoli…spesso ingenui, e io temo di non essere una buona guida, non sono come lei"
"Non essere così dura con loro e con te stessa"
"A volte è così difficile…è il mio compito, ma spesso sembrano farlo apposta a non capire. Forse ho fatto le scelte sbagliate…"
"Non sei tu a scegliere, lo sai. E poi…eri forse diversa tu all'inizio?"
"No…in effetti no…non capivo. Ma ora…so cosa li attende, e non posso dirglielo. Posso solo assistere…"
"Hai così poca fiducia in loro? In tutti loro?"
"bè…taluni hanno una fede salda, ma è così facile crollare, è così semplice compiere errori…"
"Sarà come deve essere. Tu non hai potere in questo, nè tantomeno sulle loro scelte"
"Hai ragione. Sarà meglio tornare, ormai è il crepuscolo, staranno approntando le preghiere"
Una figura parla sola dinnanzi ad uno specchio nero.
10° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.10, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna

"Quindi cos'hai mente Diomede?"
"Nulla che non ti abbia già detto. E' di vitale importanza conoscere la nostra posizione rispetto al reame."
"Persino Cole non ci sta capendo nulla, o meglio, finchè era qui con Noi. Sono mesi che non abbiamo notizie."
"Cole ha seguito una pista, lo sai che è via per conto delle Corporazioni."
"I Cacciatori avevano un mappa di queste zone, o almeno così mi disse Benoit. Ritengo che sia difficile ora potervi parlare. La questione del suo allievo sbudellato l'ha fatto un po' alterare.."
"Dovremo discutere col Consiglio Riunito delle Armate. Occorre ripristinare il rapporto coi Cacciatori di Bestie e chiedergli di poter consultare la loro mappa. Forse potrebbe nascondere indicazioni rivelatrici".
"Si concordo. Scusa se cambio discorso, ma Alexander ha capito qualcosa di quella porta delle rovine? "
"Si, ha capito che non può essere aperta ne da magia, ne da mani esperte. Sembra che sia intrisa di una magia molto potente e che possa essere aperta solo con un chiave"
"Uhm.. trovarla questa chiave… potrebbe essere andata perduta da secoli."
"Si, ma credo che Alexander si stia muovendo per farla trovare. Non ama porte chiuse, specialmente se dietro una di esse possa nascondersi un qualche tesoro….."
Diomede e Lucius Quadrigentum dialogano all'alba
9° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.09, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna
Ailamien mosse l'ultimo passo verso la statua di Madre Terra. Era meravigliosa sotto la luce del tramonto, che le conferiva sfumature irreali. Si inginocchiò rispettosamente dinnanzi alla statua e in quella posizione le baciò dolcemente i piedi marmorei.
Il suo sguardo si posò su ogni piega del vestito sapientemente scolpito da mani antichissime, e si soffermò su quel volto in pace.
"Madre Terra, anche questo giorno volge al termine. Sia lodato il vostro nome."
Di nuovo il suo sguardo soffermò sulla mano mancante e una lacrima gli scese dall'occhio destro. Erano passati secoli da quando la statua fu profanata e ancora i colpevoli erano impuniti e ignoti. Avrebbero mai ritrovato quella mano? Potrebbe essere stata sepolta sotto metri di ghiaccio da qualche parte… oppure potrebbe essere andata semplicemente persa o distrutta. Eppure nel suo cuore albergava una sensazione particolare, suggerendole che la mano non avesse mai lasciato la foresta. Erano anni che si aggrappava a quella sensazione senza demoralizzarsi. Ma era davvero passato troppo tempo ormai…..
Ailamien Is prega dinnanzi alla statua di Madre Terra
8° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.08, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna

Alham Cuoreserpente osservò il suo popolo dall'altura.
Si erano accampati per la notte in una nicchia riparata dal vento gelido che gli rammentava che il traguardo non era ancora giunto. Si era arrampicato, a fatica, su quella collina per osservare il cielo. Era meraviglioso, con tutte quelle stelle iridescenti a rischiarare debolmente la nera notte. Solo in seguito aveva abbassato il suo sguardo attento verso il suo villaggio nomade… e si rese conto di quanti non ci fossero più Erano partiti in oltre mille ed ora restavano in meno di seicento. Vecchi e bambini erano state le prime vittime ed ora intere generazioni erano state cancellate. Ma il popolo nomade era ancora vivo nei cuori dei sopravvissuti. Chissà cosa era accaduto agli altri villaggi? Probabilmente erano morti e sepolti sotto il ghiaccio. Manca poco alla terra promessa. Un ultimo sforzo.
Alham Cuoreserpente riflette a est della Foresta dei Tuiadri
7° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.07, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna

"Cosa sono allora?"
"Rovine, molto antiche. Erano sepolte sotto quasi un metro di foglie, rami e poltiglie varie. Solo quella struttura emergeva anche prima. Era coperta solo di sterpaglie."
"Incredibile? che dicono i Tuiadri?"
"Nulla al riguardo. Hanno risposto che è normale che qualcuno prima di loro abitasse la foresta. Hanno aggiunto che nemmeno loro la abiteranno per l'eternità, poichè nulla è per sempre."
"C'è una logica.."
"Ben di più, hanno ragione. Tuttavia mi preoccupa quella struttura. E' chiusa con una porta molto strana, sicuramente di origine magica. Non siamo stati in grado di aprirla nemmeno con l'aiuto di Alexander Mc Zambell e i suoi."
"Tosta allora. Ma perchè ti preoccupa una porta chiusa, magari da secoli?"
"Perchè ci sono tracce che vanno e vengono in quella direzione… e soprattutto si sentono strani versi provenire da dentro".
"Beh, si. Così è un'altra storia…"
Dialogo tra due carpentieri, vicino all'accampamento delle armate. Foresta dei Tuiadri
6° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.06, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna

"Osservate popolo prediletto! Guardate in lontananza quei dolci pendii la cui neve non osa posarsi! Guardate la grandezza del Padre, che ci ha illuminato la via verso la salvezza! Stolti coloro che non ci diedero retta! Ora le loro carni congelate adornano il temibile vuoto della morte! Guardate coi vostri occhi figli del vento! Dopo diciotto lune siamo giunti finalmente alla nuova terra! Lode al Padre figlio miei! Lode all'onore del nostro popolo!"
Sette giorni a ovest della foresta dei Tuiadri. Una piccola carovana si avvicina.
5° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.05, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna

Il corpo martoriato dalle ferite coperte di sale e dalle bruciature venne scagliato nudo nella neve gelida. Dita di ghiaccio nella gelida aria notturna lambivano le sue carni. Respirava a fatica e il sangue raggrumato sul viso rendeva offuscata la vista.
"Questo è solo l'inizio, ne sei consapevole?"
La figura spoglia cercò la fonte di quella voce; alzò lo sguardo ma non rispose.
"E' INUTILE CHE MI GUARDI COSì! RISPONDIMI, è UN'ORDINE!"
Un ghigno sottile conparve sotto le ferite, o forse era solo uno scherzo della luce, una delle numerosi cicatrici?
"Se non sapessi che esegui pedissequamente i tuoi ordini, direi che ti diverti eh? Rimirabile il vostro sadismo."
Un colpo di frusta schioccò fulmineo.
"Che le tue labbra insolenti non proferiscano altre parole. Hai l'ordine di non parlare. Nemmeno urlare per il dolore ti sarà permesso. Chiaro??"
"…"
L'altro carceriere perse la pazienza e l'afferrò per i capelli serrando il viso con la mano.
"Ti ha dato un'ordine! Rispondi"
"NO, NON FARL…"
"AAAARRRRRGGGGHHHHHHH"
Due torturatori all'opera in mezzo ai ghiacci
Echi di Guerra – Reillond
by IL Narratore on lug.04, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 21
Reillond
Ven Vlad aveva quasi finito di incastrare gli ultimi tasselli del suo piano: le razze che seguivano Crondor erano state convinte abbastanza facilmente, e ugualmente non aveva trovato nessuna vera resistenza da parte delle razze che seguivano Morgam.
Ora era arrivato ad un punto cruciale della sua attenta pianificazione: i Reillond.
Questa razza era da sempre una specie di affascinante sfida per Ven Vlad: li trovava incongrui nella loro ricerca dell’isolamento e allo stesso tempo li trovava simili a se stesso nel profondo sonno che potevano intraprendere.
A volte, quando la morte era tutto intorno a lui come in quel momento, Ven Vlad si ritrovava a farsi delle domande.
Erano quesiti stranamente “mortali” che in chiunque altro avrebbe trovato puerili:
“Chi siamo davvero?”
“Qual è la giusta via da seguire in questo momento?”
“Otterrò ciò che voglio?”
Ovviamente le risposte che dava a queste domande erano estremamente diverse da quelle che avrebbero potuto dare chiunque altro.
Chiunque altro tranne i Reillond.
E questo gli provocava un brivido strano.
Il custode dei cimiteri aveva pochi amici che potesse chiamare tali, ma innegabilmente un membro della razza reillond era tra questi e grazie alla sua intercessione Ven Vlad camminava tranquillo verso i Denti di Drago, sapendo che sarebbe stato accolto e scortato fino a Eret-Arbetin, la città sepolta.
Era stano come questa guerra lo stesse portando in posti che fino a quel momento lo avevano lasciato indifferente, posti che non era mai stato suo interesse visitare come il Cielo dorato e ora la città dei Reillond.
Lui era sempre stato un attento osservatore del mondo e ora si trovava a dover guardare da vicino certe realtà che aveva fino a poco tempo prima considerato sbagliate o quantomeno irrilevanti.
Doveva arrendersi all’evidenza: nel tempo si era innamorato profondamente di Adra e ora stava cercando di fare tutto quello che era in suo potere per salvarlo.
Forse era addirittura questo lo scopo per cui esisteva.
Alle pendici dei Denti di Drago una delegazione di Reillond lo stava aspettando. Erano in tre, uno per ogni casta: fuoco, terra e acqua… mancava un delegato della casta dell’aria, ma probabilmente sarebbe stato chiedere troppo.
Si rivolsero a lui con fare amichevole e lo scortarono nelle profondità del terreno, molto più in profondità di quanto qualunque nano avesse mai scavato, probabilmente.
La chiara luce del mondo di superficie era solo di poco attenuata e si diffondeva ovunque grazie agli ingegnosi sistemi di specchi che rischiavano tutta la città.
La distesa aperta davanti ai suoi occhi non assomigliava per nulla alle altre città sotterranee di razze diverse come i nani o i dojin: la città si apriva a perdita d’occhio in una caverna così grande che l’occhio non ne vedeva le pareti.
Al centro della città si innalzavano le scalinate che portavano su un’altura: il tempio di Teldon, indubbiamente, ma anche il luogo dove riposavano i cinque “eterei” della casta dell’aria: Kair Elendras.
Ven Vlad era diretto là.
Sapeva che gli Eterei erano svegli: era un fatto raro, la maggior parte della loro esistenza eterna quei reillond la passavano in uno stato di meditazione così profondo da essere simile ad un sonno magico.
Ma ora erano svegli e lo stavano aspettando.
Quello che davvero apprezzava di questa razza era la totale mancanza di presunzione verso gli altri: tutte le razze che aveva visitato finora avevano cercato di far passare il loro desiderio di incontrarlo come un gesto di condiscendenza nei suoi confronti.
Gli oscuri aveva finto di ignorarlo mandandogli incontro un reietto, i dojin avevano fatto in modo di mostrarsi a lui solo in una spessa nebbia, le valchirie avevano dovuto accettarlo solo dopo l’ordine diretto della Dama… i reillond invece non avevano timore ad ammettere che erano curiosi.
La loro funzione primaria era quella di ricordare le cose ed era chiaro che per loro lui era un’ottima fonte di memorie e per questo degno di attenzione.
Non dissimulavano il loro apprezzamento per quello che lui stava tentando di fare dietro a maschere di fredda cortesia, e non facevano astrusi calcoli su quali secondi fini lui potesse avere, semplicemente accettavano la sua venuta e lo accoglievano come un “evento” degno di attenzione.
Quando finalmente arrivarono al tempio Ven Vlad si ritrovò accompagnato al suo centro dove un colonnato circolare si distingueva dal resto della costruzione: tra una colonna e l’altra era steso un tessuto che sembrava un fine merletto e che lasciava intravedere le figure umanoidi che si muovevano all’interno.
Ad una ispezione più approfondita il merletto si rilevò un delicatissimo lavoro di cesello della roccia chiamata Armin e in quel lavoro il guardiano dei cimiteri vide la mano di un dio.
Gli Eterei lo stavano aspettando ma nessun varco era presente nel superbo lavoro d’intaglio e così, mentre loro non potevano uscire, Ven Vlan non poteva entrare tra quelle sacre colonne.
Porse i suoi omaggi dal punto in cui si trovava e gli Eterei si appressarono al traforato tramezzo per parlare con lui:
“Benvenuto Vel Vlad. Il nostro comune amico ci aveva avvertiti del tuo arrivo, attraverso i suoi canali. Sappiamo chi sei e cosa ti ha spinto qui."
Ven Vlad sorrise a proprio agio. Non si aspettava attacchi alla sua persona e non si aspettava di dover convincere i Reillond con grandi discorsi, era più per rispetto nei loro confronti che si trovava lì che non per una reale necessità.
“Il nostro comune amico mi ha… diciamo che mi ha aiutato in una delicata situazione e sta agendo per mio conto davvero in maniera eccellente. Se avrete modo di sentirlo ancora vi prego di porgergli i miei ringraziamenti. Purtroppo dovrò approfittare della sua gentilezza ancora per un po’ di tempo…”
"Conosciamo il tempo e il luogo del vostro incontro, dove tutto ebbe inizio. Tutto muta in continuazione, custode dei Cimiteri e tu più di altri dovresti comprenderlo. Egli si mostrerà a te quando riterrà opportuno farlo e con i mezzi di cui tu stesso disponi."
Vald aveva ricevuto più risposte in quel momento, che in tutto il suo periodo post-risveglio. Osservò quelle figure indistinte e proferì un semplice "capisco".
La conversazione si fece via via più colloquiale mentre veniva portato un tavolo e uno scranno per far accomodare l’ospite e rinfreschi per onorarlo.
3° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.03, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna

3° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.03, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna
L'uomo fumava la pipa con apparente tranquillità. Era seduto sopra un tronco spezzato di un albero morto da tempo. Solo il frenetico picchiettare delle sue dita sul manico della spada argentea legata alla cinta tradiva la sua inquietudine. Con gli occhi serrati sul volto, sembrava aspettasse qualcosa o qualcuno. Tutto attorno lui la natura sembrava tranquilla, rifiorita da poche settimane. Quel luogo non ricordava più il gelo che l'aveva stretto nella sua morsa; solo qualche piccolo insetto sembrava turbare la pace di quel luogo. L'uomo, d'un tratto smise di respirare e aguzzò ancora di più i sensi, quando udì il familiare rumore di un pezzo di legno calpestato alle sue spalle. Posò la pipa a terra e attese ancora qualche secondo, prima di saldare le dita nervose sull'impugnatura della spada. Fu un attimo.
Il Cacciatore sfoderò la spada con una rapidità non umana e nel mentre aprì gli occhi. Le pupille erano sottili come quelle di un gatto e il colore dell'iride aveva assunto una tonalità violacea.
Si voltò di scatto menando un fendente dal basso verso l'alto, ne seguì un secondo in direzione opposta e, girando su se stesso, eseguì un affondo.
Nell'ordine l'uomo bestia aveva perduto un braccio, l'addome si era aperto in due mostrando le viscere ed era stato colpito al cuore con una precisione chirurgica. Morì senza nemmeno accorgersi di ciò che l'aveva assalito.
Transhàt Benoit dava la caccia a quella bestia da una settimana. Secondo i suoi calcoli questo era l'ultimo esemplare di un branco numeroso che aveva decimato durante questi mesi.
Pulì la spada sul manto della bestia e si sedette nuovamente sul tronco, recuperando la pipa.
Il suo pensiero andò al suo allievo, la cui inesperienza l'aveva condannato a morte contro quegli avversari terribili che i forestieri chiamano Adra. Ma la morte fa parte della vita e non si rammaricò di questo. Tuttavia il ricordo del suo corpo seviziato gli fece digrignare i denti. Ma sapeva già cosa avrebbe chiesto ai forestieri in cambio dei servigi dell'ordine e del suo perdono. Sorrise al pensiero.
Transhàt Benoit a caccia
2° giorno, 7° mese, 2010 Dopo la Caduta
by IL Narratore on lug.02, 2010, under Comunicazioni, Voci di Taverna
Shamà'iel osservava la valle che si era aperta davanti a lui in quelle settimane. Era trascorso pochissimo tempo da quando il ghiaccio aveva abbandonato quei luoghi, eppure la vita era sbocciata nuovamente e repentina. Non solo la foresta dei Tuiadri si era allargata di un buon terzo dopo l'applicazione della Gemma Matrice sul Pilastro, ma era stata riscontrato un fenomeno nuovo e del tutto inaspettato. Il pilastro di Nerfin e quello dei tuiadri erano entrati in una sorta di risonanza magica potenziandosi a vicenda. La valle che Shamà'iel strava osservando era il frutto di quel nuovo legame. Si era venuto a creare un collegamento verde di vita brulicante tra i due pilastri. Una corridoio primaverile che tagliava letteralmente in due il paesaggio di desolata glaciazione. Quel nuovo corridoio di vita corrispondeva esattamente al percorso infernale fatto dalle genti qualche mese prima. Ad osservarlo adesso non appariva più così letale. Col tornare della vita aveva perso tutta la sua pericolosità e il suo aspetto così tetro. E pensare che in ogni metro di quella strada era caduto qualcuno, per non rialzarsi mai più. Sorrise tra se a questo pensiero, poi distolse lo sguardo per tornare ai suoi compiti imminenti.
Shamà'iel Ondèr in contemplazione della valle risorta.
Echi di Guerra – Draconiani
by IL Narratore on giu.28, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 20
Draconiani
Hopacka galleggiava sopra le nuvole, ma anche se era rischiarata dal sole la temperatura era inesorabilmente gelida.
Da quando i draconiani si erano uniti all’esercito della Dama, il drago dorato volava spesso intorno alla città, sembrava quasi una madre intenta a controllare i propri cuccioli.
E di questo la popolazione della città era cosciente ma non certamente felice.
Il continuo trovarsi dinnanzi all’imponente drago suscitava nei draconiani un senso di disagio e di rabbia impotente che stava con il tempo portando la popolazione ad uno stato di tensione costante.
L’innato orgoglio razziale di questa popolazione, la loro certezza di essere superiori a qualunque altra razza in virtù della propria discendenza dai draghi, era profondamente minata dalla vicinanza continua del Drago di Morgam.
Hopacka era inoltre in subbuglio per le nuove direttive che erano giunte dal Consiglio Militare: il campo degli Hutamak stava per essere smantellato.
Il provvedimento era sembrato ingiusto e scandaloso a tutta la popolazione e soprattutto i meno giovani non riuscivano davvero a credere in una città priva del campo Hutamak.
Nonostante il malcontento tutti comprendevano perfettamente la scelta del Consiglio Militare ed erano disposti a rispettarla, seppure a malincuore.
I più colpiti dalla decisione erano proprio gli Hutamak che avevano preso l’abitudine di recarsi ogni mattina, in massa, a pregare ai piedi della statua di Kryos in cerca di un illuminazione per affrontare un futuro che ora vedevano come fumoso ed incerto.
Gli Hutamak sapevano essere furtivi, letali, spietati e coraggiosi, proprio come ci si aspettava da ogni draconiano, ma oltre a questo sapevano benissimo che la loro vita sarebbe dovuta essere breve e che avrebbe dovuto finire con una morte gloriosa per mano dei propri fratelli.
A nulla erano valse le rassicurazioni degli altri draconiani secondo le quali morire per mano di un adra era altrettanto glorioso che essere cacciati dai propri fratelli: gli Hutamak erano inorriditi davanti alla prospettiva di combattere e morire contro una razza diversa dalla loro e ancora peggiore era la prospettiva di perire sotto le mani di un Adra.
La visione dell’esercito degli Adra aveva risvegliato in tutti i draconiani incubi atavici di torture e nefandezze. Sapevano che la loro razza era ormai impura e irrimediabilmente corrotta proprio dalla razza rossa.
E la costante vicinanza con il Drago di Morgam non faceva che ricordarglielo.
Così quel mattino Krezyo si alzò come tutte le altre mattine, e si recò alla statua di Kryos, ma Krezyo non aveva intenzione di pregare quel giorno. Aveva già preso la sua decisione ed era pronto a seguirla.
Come tutte le mattine gli Hutamak erano inginocchiati in preghiera intorno alla statua.
Krezyo avanzò tra gli altri e salì sui primi gradini del basamento che sosteneva il monumento. Non tutti si accorsero subito di lui, poiché molti erano persi nei loro pensieri, ma qualcuno cominciò ad additarlo e a mormorare.
Krezyo si schiarì la voce e cominciò a parlare:
“Voi mi conoscete, sono Krezyo. Ho compiuto quindici anni il giorno stesso in cui il Consiglio Militare a deciso di smantellare il nostro campo. Quel giorno era importante per me: avrei dovuto partire per la terraferma, avrei dovuto essere inseguito ed ucciso come vuole la tradizione e come io ho sempre sognate per tutta la mia vita.
Ma questa guerra con gli adra ha dovuto portare la nostra razza a prendere decisioni estreme!
Ora io vi domando: è giusto?
Pensateci, vi prego.
E’ giusto che proprio gli adra, coloro che ci hanno tolto la possibilità di levarci alti nei cieli di Morgam” e così dicendò indicò il drago che lanciava la sua grande ombra su di loro dal cielo azzurro “proprio loro, l’odiata razza, ci costringa oggi a rinunciare anche alle nostre più nobili tradizioni?”
Krezyo ascoltò il mormorio di assenso che si levava dagli Hutamak.
“Io non sono un codardo. Non ho paura di morire. So che la morte è il mio destino imminente perché questo è ciò che sono: un Hutamak! E ne sono fiero! Anche se dovrò disubbidire al Consiglio Militare, ora io, davanti a voi, prometto che non mi lascerò uccidere da mano che non sia degna! Io mi rifiuto di partecipare a questa violazione delle nostre tradizioni! Io morirò come si confà ad un fiero draconiano del mio rango!”
E così dicendo Krezyo si diresse ai margini della città, seguito da tutti gli altri Hutamak.
Molti erano perplessi, non capendo dove volesse andare o cosa volesse fare ma era il primo seme di un’idea per la quale avevano pregato strenuamente e quindi lo seguirono comunque.
A margini estrerni di Hopaka Krezyo si affacciò sul vuoto sotto di lui, guardando le brillanti acque blu sottostanti si lanciò nel vuoto.
Gli altri draconiani che lo avevano seguito fin lì rimasero interdetti per un solo istante: l’altezza era estrema e l’impatto con le acque sottostanti avrebbe potuto risultare fatale.
Ma nonostante ciò si lanciarono.
Alcuni, ma furono in verità pochi, morirono nell’impatto con le gelide acque, ma la maggioranza sopravvisse e continuò a seguire il loro condottiero improvvisato.
Krezyo nuotò fino alle lastre di ghiaccio che sovrastavano la laguna e si arrampicò su di esse, gli occhi fissi sul brillante scintillio del tempio di Morgam.
Il suo passo era deciso, marziale e non esitò per un solo istante.
Quando arrivò davanti al tempio vide che le grandi porte erano aperte, come ad attenderlo.
E i suoi occhi si sgranarono quando vide la Dama in persona in piedi al centro della grande e luminosa navata, come ad accoglierlo.
Varcò la soglia titubante, quasi imbarazzato dall’enormità dell’onore che riceveva, e si appressò alla Dama, cadendo in ginocchio davanti ai suoi piedi, come i molti dietro di lui.
Ristette in silenzio solo per pochi attimi, poi, levando gli occhi con decisione, scandì piano le parole:
“Nostra Dama, nostra luce e guida. Siamo qui a supplicare il perdono di Morgam. Chiediamo perdono perché non combatteremo per lui e per voi in questa guerra.
Sappiamo che Morgam è giustizia e a questo ci appelliamo chiedendo di lasciarci morire, come dovrebbe essere, per una mano degna del nostro sangue di drago e non sotto i colpi degli odiati adra!
Dama, chiediamo il permesso di ucciderci ora, per nostra stessa mano, davanti ai vostri piedi. E chiediamo il perdono per questa disobbedienza.”
Gli occhi di Krezyo rimasero fissi in quelli della Dama che con un triste sorriso rispose:
“DAVANTI AD UNA SUPPLICA COSI’ ACCORATA MORGAM VORREBBE UCCIDERVI CON LE SUE STESSE MANI, SE POTESSE SCENDERE DAI CIELI. SE VI ACCONTENTATE, ONOREVOLI ED INTEGERRIMI DRACONIANI, SARANNO LE MIE MANI A DARVI LA MORTE, SEPPUR INDEGNE DEL VOSTRO CORAGGIO!”
Gli occhi di Krezyo si riempirono di lacrime di gioia e di ringraziamento e girando lo sguardo sugli altri Hutamak vide che tutti erano enormemente onorati del favore ricevuto.
“Siamo pronti!” disse spostando lo sguardo dai profondi occhi della Dama alle mani dove Kirkuk, il sacro martello di Morgam, stava comparendo.
Il drago scese in picchiata in una stretta spirale intorno alle cupole dorate e lanciò un lungo, lugubre e terrificante urlo.
Echi di Guerra – Valchirie
by IL Narratore on giu.21, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 19
Valchirie
Il tempio era inondato di luce e profumava di fiori.
Una valchiria suonava una musica dolce sulla sua lira, in un angolo, e altre due stavano acconciando i lunghi capelli della Dama in una complicata pettinatura.
Sembrava regnare la pace e il silenzio, un luogo sacro di sussurri sommessi e di meravigliosa gioia.
Ma solo se non si guardava più a fondo: la valchiria che stava suonando aveva una sola ala e le sue armi e l’armatura erano appoggiate a terra di fianco a lei.
La Dama aveva invece gli occhi chiusi, e la fronte solcata da una profonda ruga di concentrazione.
In sottofondo il rumore persistente di un respiro possente ricordava a tutte che l’enorme drago dorato stava riposando davanti alle porte del tempio.
E ancora più distante si sentiva un cozzare di armi, chiaro segno che draconiani e valchirie si stavano addestrando, preparandosi ad affrontare presto un nuovo assalto degli Adra.
Lungo le pareti del Tempio oscillavano nove gabbie d’oro e ognuna conteneva un essere ferito e torturato.
Erano Adra, malconci ma indubbiamente vivi. Nove valchirie, in piedi silenziose e immobili erano di guardia presso ciascuna gabbia.
La Dama si riscosse dalla sua meditazione nel momento in cui l’acconciatura fu finalmente finita.
Si alzò il tutta la sua considerevole altezza e si avvicinò alla valchiria che stava ancora suonando, appoggiandole gentilmente una mano sulla spalla.
L’ala perduta, strappata durante la lunga battaglia, ricrebbe velocemente dalla sua schiena, e subito il suo volto, pieno d’ardore si illuminò di gioia e lei si profuse in sommessi ringraziamenti.
La Dama li accettò con un sorriso e poi congedò tutti i presenti:
“ANDATE ORA, MIE DILETTE. A DORIAMAR QUALCUNO VUOLE ATTRAVERSARE I PORTALI, E IO LO AUTORIZZO A FARLO. PREDISPONETE PER LUI IL RITUALE.”
Le valchirie uscirono dal tempia a passo marziale, lasciando la Dama sola con i suoi prigionieri.
Doriamar era stata eretta magicamente dopo la battaglia con gli Adra. Le valchirie che erano rimaste sul piano materiale per poter meglio proteggere il Tempio di Morgam, erano state rapide ed efficenti: la nuova città si trovava proprio ai confini di Città sull’Acqua ed era una cittadella costruita ad immagine di Oraien, la città delle valchirie nell’alto del cielo dorato.
Le sue mura erano bianche e azzurre ed erano inframmezzate da alte e slanciate torri di guardia.
E proprio davanti a quelle candide mura spiccava in netto contrasto una figura scura e immota.
Le valchirie di ritorno dal tempio si appressarono a lui e lo guardarono con sorpresa: per loro era un novità poter vedere un maschio umano e si lanciarono sguardi curiosi e vagamente imbarazzati davanti agli occhi sprezzanti di Ven Vlad.
“Voi dovete essere lo straniero che vuole attraversare il portale”
Se il guardiano dei cimiteri era infastidito dall’attenzione che stava attirando sicuramente non lo dimostrava:
“Sono io. E voi dovete essere la mia scorta, immagino.”
“La dama ci ha mandato ad accogliervi, in effetti.”
E così dicendo lanciò uno strano grido verso una delle sentinelle sulla torre più vicina.
Questa scomparve e poco dopo una delle grandi grate dorate che sigillavano l’accesso alla rocca si sollevò su cardini magici e lasciò libero il passaggio.
La pianta della città era a raggiera: nove vie principali conducevano al tempio dove era custodito il portale di accesso al Doraer, il cielo dorato.
Le valchirie scortarono Ven Vlad lentamente, come in processione, lungo una delle vie.
Stavano intenzionalmente rallentando il passo per dare modo e tempo a tutte le loro compagne di vedere da vicino lo straniero.
Era strano vedere quelle forti guerriere che solo qualche mese prima si erano dimostrate implacabili e disciplinate dispensatrici di morte accorrere così numerose.
Sembravano delle comuni ragazzine umane, curiose e ridacchianti, se non fosse stato per le onnipresenti candide piume che spuntavano dalle loro schiene.
Le più anziane mostravano un contegno più dignitoso e marziale, ma soprattutto le giovani sembravano incredibilmente affascinate da Ven Vlad.
Una delle scorte si scusò con lui:
“Mi dispiace per il comportamento delle mie sorelle… sono curiose… voi siete il primo essere di una razza diversa a mettere piede a Doriamar… per non parlare del Doraer…” e così dicendo lanciò un’occhiata alle sue compagne, una delle quali continuò il discorso:
“E’ strano che la Dama Vi abbia concesso il suo permesso per accedere al cielo dorato! Possiamo sapere per quale motivo volete salire?”
La domanda sembrava innocente ma Ven Vlad notò la strana tensione nei muscoli delle spalle e immaginò che, in fondo, ci fosse una certa ostilità.
Decise comunque di rispondere sinceramente alla domanda:
“Voglio parlare con le Air-Naten, ovviamente. E siccome loro non possono scendere sul piano materiale, sarò io a salire da loro..
La valchiria che aveva posto la domanda spalancò la bocca per la sorpresa: le Air-naten erano le nove sacerdotesse che guidavano la loro razza ed era difficilissimo anche per una valchiria riuscire ad avere udienza.
Appena lo stupore si fu stemperato Ven Vlad venne inondato di domande:
“Lo sapete che siete il primo essere umano a salire, da vivo, nel cielo di Morgam?” chiese una innocentemente.
Il guardiano dei cimiteri gli lanciò un’occhiata glaciale ed emise uno sbuffo tra il derisorio e l’irritato:
“Da vivo. Interessante considerazione. Ovviamente le anime dei Morgamiani morti salgono nei cieli secondo la vostra dottrina… di conseguenza il Doraer deve essere parecchio affollato! E quindi ditemi: vivevate bene, lassù, con tutti quegli spiriti?” il sorriso sulla sua faccia si fece fastidiosamente strafottente ma la valchiria parve non cogliere l’ironia della voce.
“Be’, non è che davvero gli spiriti siano visibili ai nostri occhi. Sappiamo che sono lì perché Morgam li ha premiati ma non è in nostro potere vederli!” rispose come se dovesse spiegare un’ovvietà
“Oh, certo. Come ho fatto a non pensarci!” ma la risposta era stata seguita da un altro sprezzante sorriso.
Le valchirie, non sapendo come valutare lo strano individuo e non volendo mancare di ospitalità nei confronti dello straniero che aveva ottenuto il lasciapassare dalla Dama in persona, si chiusero in un compito silenzio.
Quando il piccolo corteo arrivò al tempietto che custodiva in portale la scorta di Ven Vlad si distribuì in un cerchio uniforme ed invitò lo straniero a posizionarsi al centro.
Ognuna di loro, solennemente, si strappò una candida piuma:
“Per la giustizia!” Declamò la prima
“Per la pietà!” Fece eco la seconda
“Per il coraggio!” continuò la terza e così di seguito invocando tutti i cieli di Morgam.
Quando alla fine sul palmo di Ven Vlad si trovarono nove piume gli venne fatto segno di entrare nel tempio.
Ven Vlad si avviò senza altri indugi e la sua sagoma nera sparì in una colonna di luce.
Echi di Guerra – Kritek
by IL Narratore on giu.13, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 18
Kritek
La riunione era stata indetta all’interno della città alveare.
I Kritek erano stati ben felici di ospitare i velisiani che erano sopravvissuti all’attacco di Zemekis nella loro città. Avevano fatto scortare tutti i superstiti dai Vragozar e li avevano curati e nutriti come se facessero parte della loro stessa razza.
Erano davvero creature stranissime e gli umani erano ancora sopraffatti da tutte le novità: non avrebbero mai potuto credere, senza vederlo, che una qualunque razza potesse vivere a stretto contatto con i sanguinari Vragozar senza nessun problema.
I Kritek erano decisamente singolari: i loro abiti in colori vivaci, sempre in tinta con i capelli dai colori brillanti davano loro un’aria fiabesca che spesso riusciva a scacciare i pensieri più cupi. Avevano spiegato, tra mille domande e mille divagazioni, che avevano aiutato i Vragozar a costruire l’enorme città, seminascosta nel terreno, in cambio di protezione.
Erano una razza pacifica che non conosceva la guerra da secoli. La loro vita era semplice e felice, come fossero sempre vissuti in un mondo a parte.
Bugsy Fingervald, la femmina Kritek che era stata salvata dalle grinfie di Zemekis, inizialmente era parsa ai velisiani come una specie di capo, anche se a conti fatti, si erano resi conto che la sua parola non valeva poi più di quella di chiunque altro. Tutti i Kritek in realtà sembravano avere sempre diritto di parola e nessuno si sentiva mai escluso da un discorso, almeno finchè questo risvegliava il loro interesse… e il loro interesse si misurava in minuti non certo in giorni o mesi!
L’unica particolarità che rendeva Bugsy diversa da molti altri della sua specie era l’innata capacità di comunicare con i Vragozar: non tutti i Kritek vi riuscivano, anzi erano rarissimi coloro che nascevano con questa capacità e per due popoli che convivevano a così stretto contatto era assolutamente indispensabile comunicare. Per questo Bugsy aveva un enorme valore per tutti, e per questo Zemekis l’aveva fatta rapire.
Ven Vlad si era ritrovato in una situazione quantomeno imprevista quando aveva raggiunto i velisiani e indetto la riunione: erano presenti i borgomastri e molti Kritek ma stavano ancora aspettando una rappresentanza dei Vragozar.
Ven Vlad si guardò intorno: gli umani avevano volti segnati dalle privazioni e dalle sofferenze ma volgendo gli occhi intorno notò una sola donna davvero affranta, come se il suo mondo fosse ormai finito, i restanti cercavano di farsi forza gli uni con gli altri.
Più per passare il tempo che per un reale interesse Ven Vlad cominciò a discorrere con uno dei borgomastri più giovani:
“Non riesco a comprendere come si sia potuti arrivare a questo. Tra tutti i territori avrei pensato che Velis fosse la meno incline a subire tradimenti al proprio interno” commentò il custode dei cimiteri.
Il borgomastro lo guardò per un momento con sguardo interrogativo poi i suoi occhi si illuminarono di comprensione:
“Oh, voi vi riferite ai borgomastri che sono rimasti dalla parte di Zemekis, ovviamente!”
“Certo, è ovvio. Avete subito altri tradimenti?”
L’uomo inarcò un sopracciglio con fare ironico:
“Da come parlate si direbbe che siete una persona che vede solo le tinte forti, non siete molto avvezzo ai compromessi”
Ven Vlad rimase interdetto per un attimo:
“Pensavo che consideraste un atto altamente contrario al senso civico velisiano questo voltafaccia da parte di alcuni…”
Il borgomastro alzò una mano per interrompere il discorso:
“E’ evidente che non siete cittadino di Velis. Noi non vediamo le cose allo stesso modo vostro. Forse il popolo vede un tradimento, forse vuole vendetta contro coloro che appoggiano Zemekis! Ma voi state parlando a me, Razio Trevin, borogomastro di Zagrib, e vi posso garantire che noi non la pensiamo allo stesso modo.” Si interruppe un attimo, fece un paio di brevi respiri come a voler calmare il senso di irritazione che traspariva dalla sua voce.
“ Zemekis è stato per anni un grande generale per Velis! La sua forza è stata al nostro servizio e ha salvato moltissime vite! Voi potete odiarlo, trovarlo spregevole, potete addirittura disprezzare il suo essere… ehm… particolarmente longevo… ma noi? Noi lo conosciamo come uomo! Lo conosciamo da talmente tanto tempo da sapere quanto è vasta la sua sete di potere. Lo conosciamo intimamente, siamo consapevoli che potrebbe non essere un eroe, o un buon governante… anzi, potrebbe essere un bruto e un tiranno. Ma è una minaccia conosciuta. E alcuni di noi hanno dovuto… hanno dovuto…”
Ven Vlad si scostò il velo dal volto per guardare negli occhi dell’uomo. Voleva davvero vedere quell’umano che gli stava parlando di… di cosa? Possibilità? Codardia? Nei suoi occhi brillava una luce…. cos'era? Fierezza? Orgoglio?
Razio lo fissò diritto negli occhi e continuò il suo monologo con un tono risoluto.
"Tu sei un forestiero e non sai nulla del popolo che dimora in queste terre. Come può il lupo chiedere delucidazioni al toro? Chi sei, tu, per comprendere questa gente? No, guardiano dei cimiteri…. tu non sai nulla. Ma ti parlerò del mio popolo anche se non capirai.
“Voi venite dalle terre barbare del Reame, non capite davvero quanto grande possa essere l’amore di un Velisiano per la sua terra! Noi siamo disposti a tutto per la sopravvivenza di Velis! Avrei potuto essere io stesso al fianco di Zemekis, ora!
Si, hai capito bene. Velis si è volutamente divisa in due. Fratello contro fratello…. sino alla morte dell'uno o dell'altro. Così Velis potrà nuovamente ricostruirsi sull'ennesimo sangue della sua gente.
“Mi state dicendo che era calcolato? Mi state dicendo che avete deciso a tavolino di dividere le vostre genti e i vostri cuori? Mi state dicendo che vi siete volontariamente divisi per appoggiare entrambe le parti? Siete davvero un popolo così spregevole da non saper combattere per un solo ideale?”
Gli altri borgomastri presenti, udito il dialogo, mossero un sorriso di compatimento verso quell'uomo che si ostentava a non capire:
“Fate presto a parlare, voi! Appartenete ad una terra barbara che non sa nemmeno lasciar morire dignitosamente i propri caduti! Noi sappiamo che quando un uomo muore è per sempre!” e così dicendo puntò il dito verso la Guardiana piangente e poi continuò implacabile “Noi siamo un popolo che è sopravvissuto a molte grandi catastrofi! Noi sappiamo come aggrapparci alla vita, perché la nostra vita è una sola! E nei secoli abbiamo imparato come fare in modo che i nostri ideali sopravvivano a noi… la nostra gente non scorderà MAI, cos’è Velis! Noi sappiamo che la nostra discendenza sopravviverà al tempo, e saprà far rinascere la nostra federazione dalle ceneri e dai ghiacci! Potete dire lo stesso, voi, gente di un reame dove la morte non è mai per sempre e dove la gente cambia bandiera continuamente! Questa è la guerra! Questa è Velis straniero! Come osate giudicare ciò che nemmeno capite?”
Vlad capì in quel momento, e per un attimo sembrò che il suo occhio azzurro partorisse una lacrima. MA fu solo un attimo.
Rimase in silenzio a lungo, in quella stanza dove tensione e orgoglio si tagliavano con il coltello. Si chiese se il suo sonno fosse stato davvero un così terribile sbaglio… aveva equivocato così tante cose da quando si era risvegliato…
Ma non fece in tempo a immergersi nei suoi cupi pensieri perché in quel momento due Vragozar fecero il loro ingresso, silenziosi e minacciosi al contempo e si fermarono immobili al centro della sala.
Bugsy, che fino a quel momento era rimasta ad osservare interessata il funzionamento delle giunzioni di un’armatura velisiana, si alzò di scatto e, incurante della tensione che regnava nella stanza, annunciò che la riunione poteva cominciare:
“I Vragozar vi ascoltano” disse sorridente “vi stavano ascoltando anche prima, veramente… vogliono farvi sapere che i vostri amici, quelli che sono rimasti al fianco del Re Immortale, moriranno con lui”
Bugsy spostò il peso agitata, da un piede all’altro:
“Hanno deciso che il Re Immortale è loro nemico. Potevano lasciar correre il furto del Kemeres se Zemekis fosse per sempre rimasto lontano, ma lui è entrato di nuovo nel territorio dei Vragozar. E loro non amano… ehm… visite inaspettate! Inoltre dicono che la razza rossa non gli piace!”
La Kritek corrugò la fronte per un attimo:
“Dicono che sapevano che la razza rossa un giorno sarebbe arrivata, e dicono anche che loro aspettano da secoli di combattere perché… scusate ma non capisco bene, è qualcosa che ha a che vedere con il tempo e il mutamento… è una cosa Vragozar… non posso tradurla, scusate! Però dicono che combatteranno con voi e che… il piano dell’uomo strano, quello che nasconde tutto il corpo nei vestiti neri, invece che le sole mani, come è normale, be’.. il suo piano piace ai Vragozar!”
Tutti i Kritek presenti esultarono come bambini davanti alla notizia dei futuri combattimenti.
Per loro la guerra era un’entusiasmante novità!
Echi di Guerra – Orchi
by IL Narratore on giu.06, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Vlad rabbrividì al pensiero. La morte non è la condizione peggiore…
Echi di Guerra – Oscuri
by IL Narratore on mag.30, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 16
Oscuri
“Dopo mesi di accaniti combattimenti non resta più nulla di Città del Serpente” pensò Ven Vlad avvicinandosi alle nere macerie.
Dove solo pochi mesi prima sorgeva la labirintica e misteriosa capitale di Narva, ora vi erano solo cumuli di rocce e polvere, inframmezzati da profondi crepacci.
Qua e là si vedevano dojin e baaling intenti a pattugliare la zona mentre qualche Shernak volava alto nel cielo per controllare l’orizzonte. Gli Adra si erano ritirati, o forse erano stati richiamati, poco importava, comunque ora la zona sembrava vivere un momento di relativa pace.
Ma nessuno stava cercando di ricostruire. Non c’era traccia nemmeno delle più elementari difese come fossati o barricate: mai le stirpi di Crondor si sarebbero abbassate a chiudersi in difesa sotto gli occhi implacabili della Signora dei Serpenti!
E inoltre non restavano individui, in quella desolazione di ghiaccio e macerie, che potessero provare a ricostruire alcunché: la popolazione era lontana, nei boschi dei Tuiadri, e gli unici ancora presenti oltre ai demoni richiamati dal Kaelorn,
erano coloro che vivevano all’interno del Tempio.
Ven Vlad aveva considerato attentamente le sue possibilità: avrebbe potuto entrare facilmente nel Tempio se avesse voluto, ma non era certo di poter incontrare la Signora. Come non era nemmeno certo che Lei avrebbe gradito la sua intrusione, ma poco importava. Un approccio più diplomatico, in questa situazione, sembrava il mezzo migliore per trasmettere il messaggio e così, trovato un dojin delle Vette di Cristallo, lo istruii per consegnare il suo messaggio al Tempio.
Scelse un posto dove attendere pazientemente la risposta e si avvicinò a quello che un tempo avrebbe potuto essere un tempio ,adesso caduto in rovina. Entrò nel perimetro della costruzione, ancora presente sul terreno brullo e scuro, e in piedi all’interno della struttura riprese una vecchia sua abitudine: incominciò ad annusare l’aria per cercare informazioni o elementi per lui interessanti.
Non trovò nient’altro che terrore, angoscia e paura: in una unica parola sentì il buon vecchio sapore di Crondor!
I suoi ricordi vagarono entrando in una meditazione controllata; sapeva benissimo che una risposta gli sarebbe giunta solo dopo il calar delle tenebre.
L’aria si era notevolmente raffreddata nell’approssimarsi della notte e il silenzio era quasi totale in quella desolata distesa di distruzione. Un sasso ogni tanto rotolava in un crepaccio o un muro scricchiolava e un cumolo di ghiaccio si staccava dalle pietre, ma per il resto non vi era nessun movimento .
Ven Vlad aveva gli occhi chiusi sotto lo spesso velo che gli ricopriva il volto, ma nonostante questo e nonostante l’assenza di rumori, percepì immediatamente la presenza di qualcuno.
Non si mosse , diede volontariamente il vantaggio all’attaccante.
Una lama nera e opaca venne puntata al suo collo e una voce sussurrò: “Cosa vai cercando qui, straniero?”
Ven Vlad rifletté sulle varie possibilità: l’oscuro era solo. Il suo invito non era stato accettato e avevano mandato un sicario .
“Un sicario solo! Non può essere” pensò tra se “sapevano benissimo che sarebbe stato carne da macello ancor prima di aprire bocca! O Forse l’invito è stato accettato ma non hanno ritenuto di doversi muovere in massa per me. Grosso errore.”
Ven Vlad parlò : “Aspetto un messaggero che riporti le mie parole. Sei tu quel messaggero?”
“Forse.” rispose in un sussurro l’oscuro e un leggero movimento mise in risalto il candore del suo incarnato, deturpato solo da una macchia più scura sulla fronte dove un tatuaggio a forma di serpente spiccava argenteo sulla pelle bianca.
“E’ un oscuro albino, ma è anche un reietto. Probabilmente è stato mandato lui perché è un elemento sacrificabile da una parte ma in cerca di riscatto dall’ altra… non è certo un segno di apertura , ma meglio di niente!” pensò Ven Vlad.
“Forse non è una risposta , i forse in queste occasioni creano solo grossi problemi e permettimi di dirti che il problema non sarà sicuramente il mio.”
Ven Vlad incominciò a girarsi molto lentamente verso l’albino e sentì la pressione della lama aumentare ad ogni suo piccolo movimento. La tentazione fu di distruggere all’istante quell’oscuro insolente, ma poi pensò forse che una piccola dimostrazione del suo potere fosse la cosa giusta da fare. Ven vlad continuò a ruotare e la lama non accennava a ritrarsi, così decise di farla arretrare lui. Con i muscoli tirati dallo sforzo, l’oscuro capì di non riuscire più a muoversi ,anzi… il braccio con il coltello in pugno si stava muovendo, senza che lui ne avesse il controllo, e si stava allontanando dal collo del suo bersaglio. Pian piano il braccio si abbassò e il pugnale rientrò nel fodero.
L’albino sgranò gli occhi, ma non si mosse: “Dimmi cosa vuoi.”
“E’ un discorso lungo e impegnativo e non mi va di affrontarlo qui con te. Tuttavia pare non ci sia altra scelta, quindi ascolta attentamente perché non mi ripeterò. So che molti di voi sono morti durante l’epurazione del clero.”
L’oscuro non rispose.
Ven Vlad continuò “e so anche che la vostra razza è in gran parte passata nel portale a Levor. Qui siete rimasti in pochi. Solo le guardie scelte della Signora e delle Figlie e alcuni dei Sommi Sacerdoti…perlopiù albini quindi.”
“Continua a parlare e fallo in fretta straniero. Non riceverai alcuna risposta; riporterò le tue parole ma nulla di più.”
“Va bene allora. Due cose: la prima riguarda l’armata di Narva. Il Consigliere è morto. In verità lo era già da tempo… ma io stavo dormendo.. e comunque sono cose che possono capitare. Questo non toglie che ora la popolazione di Narva è
lontana dagli occhi della Voluntas e senza una guida…”
L’oscuro scatto in avanti e riportò la lama alla gola di Ven Vlad. “Zitto cane! Chi ti credi di essere per poter dare consigli alla Voluntas in persona! L’armata di Narva è qualcosa che la tua bocca infedele non deve nemmeno nominare!”
“Lo riconosco questo oscuro ha una fede forte e sicura e questo è un bene.” Rifletté Ven Vlad. Ma al contempo si sentiva colmare da un senso di rabbia feroce. Era così ovunque. Le razze erano divise tra troppi secoli di rancori e lotte. Erano troppo diverse tra loro per trovare il modo di convivere. Ma erano anche abbastanza orgogliose da poter rispondere al richiamo di una guerra inevitabile. Mosse la mano fulmineamente e afferrò il polso dell’albino.
“Adesso mi lascerai finire di parlare e poi riporterai le mie parole. O morirai di una morte che la tua misera mente non è neanche in grado di immaginare , la scelta è tua.”
L’oscuro cercò di svicolare con scarso successo. La stretta della mano sul suo polso era ferrea e da lì si irradiava nel suo corpo un dolore pulsante e inarrestabile che lo lasciava privo di difese.
“Non cercherò di continuare a parlarti della popolazione di Narva, esule in terre lontane, ma il secondo argomento
di cui voglio parlarti è di estrema importanza quindi vedi di memorizzarlo e di non alterare le mie parole, la mia pazienza ha un limite e sta per essere raggiunto.”
Il reietto albino annui con il capo.
“Molto bene.” Ven Vlad si soffermò un attimo per riflettere sul modo migliore di esporre la cosa.
“Questa guerra con gli Adra deve essere molto ben vista dalla tua Signora. Scommetto che aspettava un’occasione come questa da… tanto. E sono certo che si sta anche divertendo in mezzo a tutte queste macerie e distruzioni… ma gli Adra
si sono ritirati.”
Osservò il volto dell’oscuro: gli occhi non volevano togliersi dal suo torturatore, i tratti del volto erano fini ma contorti dal dolore.
“Stai ascoltando? Ricordi quello che sto dicendo.”
Di nuovo l’albino assentì, lasciandosi sfuggire un gemito dalle labbra serrate in una sottile linea bianca.
“Non trovo appropriato che il nuovo clero di Narva rimanga asserragliato dentro al Tempio mentre al suo esterno ci sono nemici così potenti da aver richiesto addirittura l’evocazione dei demoni dell’abisso, non trovi? Dei veri seguaci del tuo culto dovrebbero cercare la guerra con molto più accanimento… dovrebbero andare a cercare i nemici, stanarli e ucciderli senza pietà! Qualcuno potrebbe pensare che sono dei pusillanimi e dei traditori come i loro predecessori, se rimanessero troppo a lungo asserragliati nel Tempio, vero?”
L’altro non rispose e Ven Vlad si rese conto che non avrebbe resistito al dolore ancora a lungo.
Lasciò la presa e lo vide accasciarsi a terra ansante e, contro le aspettative del Guardiano dei Sepolcri, sorrideva visibilmente compiaciuto dal dolore appena provato.
La cosa non lo disturbò e finì di esporre i suoi pensieri in tutta calma prima di aprire un portale e sparire nel nulla.
L'albino si riscosse lentamente dal dolore che gli aveva pervaso ogni muscolo e si avviò lentamente e silenziosamente verso il Tempio. Avrebbe svolto il suo dovere e avrebbe riferito le parole blasfeme dell’ infedele ai sacerdoti.
A loro volta uno di loro avrebbe riferito alla Voluntas Crondoris e Lei avrebbe deciso se disturbare la Signora in persona… ma questo era molto oltre la portata di quel misero reietto che un tempo era stato un sommo sacerdote.
Echi di Guerra – I Dojin
by IL Narratore on mag.23, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 15
I Dojin
Le vette sembravano vicinissime ma Ven Vlad sapeva che era solo un inganno della prospettiva:
la catena montuosa era immensa e ancora lontana.
Le cime di quelle particolari montagne erano così ripide che anche la neve e i ghiacci non vi avevano trovato appiglio.
Le Vette di Cristallo prendevano il loro nome dalla loro particolare formazione: antichi vulcani aveva lasciato guglie aguzze di materiali vetrificati che ora brillavano scuri e traslucidi all’orizzonte.
Quando ancora il sole toccava quei territori le punte potevano prendere tutte le tonalità del cielo e del sole ma ora, sotto uno spesso strato di nubi, circondate dall’abbagliate candore della neve, apparivano come nere ossa spezzate e bruciate che sbucavano dal terreno.
Ven Vlad avrebbe voluto arrivare più vicino di così alla sua meta ma sapeva che era meglio lasciare che i dojin lo vedessero avanzare con calma lungo le pendici.
I dojin non erano una razza ospitale e raramente accettavano visitatori nella loro città.
Ven Vlad era già stato lì molti anni prima e ricordava ancora in quale anfratto si celava l’ingresso della città e questa era una fortuna, perché in alternativa avrebbe potuto passare anni cercandola, senza mai trovarla.
L’ingresso era costituito da una spaccatura che da lontano era praticamente invisibile e anche quando ci si entrava sembrava poco più di una larga fessura di roccia.
Le pareti erano talmente lucide da sembra un labirinto di specchi scuri, che rimandavano all’infinito l’immagine del visitatore.
Ven Vlad avanzò sicuro anche quando la luce diminuì e l’aria intorno a lui divenne nebbiosa e densa, come se freddi vapori avvolgessero l’interno di quelle montagne.
Camminò così per quei cunicoli finchè un lieve suono davanti a lui non lo fece fermare.
Qualcosa di rosso fluttuò leggero di fronte a lui.
“ Ven Vlad è il mio nome, custode del sempre, custode di morte ” Scandì lentamente, ma senza aggiungere altro.
Il silenzio si protrasse e le nebbie si smossero lievemente, poi, per un breve attimo, un dojin di colore scarlatto, e un altro nero come la notte comparvero tra le volute per subito scomparire.
Ven Vlad avanzò, seguendoli in quello che sembrava un cammino senza fine: le pareti ai suoi fianchi erano ormai invisibili e il movimento del suo mantello creava giochi di fumo che si disfacevano in scie lattiginose che a tratti sembravano forme umanoidi ai suoi lati.
Sentiva il terreno roccioso sotto i piedi ma avrebbe potuto anche camminare su una sottile cengia per quello che ne sapeva.
Nonostante ciò avanzò seguendo i brevi bagliori delle sue guide.
Ad un tratto la sensazione di spazio intorno fu palpabile e l’aria si schiarì un poco nel vasto ambiente circostante: Ven Vlad stava camminando su uno stretto sentiero e tutto intorno a lui milioni di uova erano ammassate in cangianti arcobaleni di colori.
Molte femmine dojin erano affaccendate tra le uova: le saggiavano, le soppesavano e poi ad una ad una le spostavano in nicchie di roccia, lontane dalle altre.
Sui loro volti era scritta un’angoscia senza fine.
Ad un tratto una femmina afferrò un uovo più piccolo degli altri e con un gesto di estrema rabbia lo scagliò per terra, rompendolo.
Un piccolo corpo si contorse per un attimo ma la femmina lo schiacciò sotto i suoi piedi, urlando di furia e di dolore.
In quel momento Ven Vlad comprese la gravità della situazione: l’intero popolo stava per sacrificarsi in quella guerra.
Stavano andando contro il loro naturale istinto e stavano dividendo le uova per garantire un futuro alla loro razza.
Sapevano che nessuno di questa generazione sarebbe sopravvissuto alla chiamata della loro Signora contro gli Adra e preparavano il terreno per la prossima generazione.
Ma l’istinto era forte in quelle creature ancora legate all’abisso e l’idea stessa che tutti i loro piccoli, anche i più deboli, potesse sopravvivere alla schiusa rendeva furiose le madri.
Nonostante ciò la femmina che aveva infranto l’uovo venne prontamente fermata dalle altre prima che potesse di nuovo uccidere.
Poi improvvisamente come si erano sollevate, le nebbie di nuovo si chiusero intorno a Ven Vlad.
Il cammino durò ancora per ore, in un silenzio a volto rotto da urla o ringhi, a volte vuoto e a volte echeggiante di sussurri.
Passo dopo passo la nebbia si faceva sempre più densa e più scura finché ad un certo punto ogni luce scomparve.
Ven Vlad rimase immobile, in ascolto.
I sussurri e i fruscii sembravano indicare che intorno a lui vi fossero moltissimi dojin, ammassati e sussurranti, ma nessuna parola era davvero distinguibile.
Poi sette voci parlarono:
“ Dicci cosa vuoi da noi! La nostra città somiglia già così tanto ad un cimitero da averti attirato fin qui ?”
Ven Vlad soppesò ogni parola
“Forse. O forse voglio dare un consiglio alla vostra razza”
I vestiti e il mantello dell’uomo si mossero appena, come sfiorati da mille mani e altre sette voci parlarono:
“Noi siamo gli abitanti dell’Abisso. Non accettiamo consigli da te”
Sarebbe stato un colloqui difficile.
“Può darsi . Ma se fosse così non avreste lasciato la via libera fino a qui senza ostacolarmi ,vi dirò quello che devo e voi ascolterete “
Sette voci, sempre differenti dalle precedenti, intonarono insieme:
“Allora dicci, e poi vattene. Non sei il benvenuto qui “
No, non lo era. Ma ormai era tardi per ritirarsi e c’erano cose troppo importanti in gioco.
“Voi siete demoni, siete relegati qui e vedete questa guerra solo in funzione di una morte sanguinosa che possa riportarvi nel Kaelorn. Ma la vostra Signora è legata a questo piano proprio come voi. E vi chiama alla battaglia. Io non ho il potere per fermarvi e non mi interessa farlo. Non mi importa chi vincerà questa guerra. Voglio solo essere certo di chi sarà a perderla”
Per un attimo sembrò che l’oscurità stessa prendesse vita in una fredda risata di molti toni e voci, poi il silenzio cadde di nuovo.
“La Guerra non ha bisogno di vincitori e perdenti, stolto! La Guerra esiste per essere Guerra! Tu vuoi vedere la Guerra finire! Tu sei un miscredente nella casa di Crondor!”
Ven Vlad si rese conto della cecità di questa razza, in passato la sua reazione sarebbe stata l'annientamento di tutti i presenti, ma non oggi . I fruscii intorno a lui si erano intensificati e ora sentiva mani calde e gelide toccarlo e spingerlo.
“Posso capirvi. Le mie parole sono state fuorvianti. Vi riproporrò il mio pensiero in altro modo. Voglio una vita. E’ mia di diritto . Voglio che in questa Guerra muoia Zemekis. Aiutate il mio piano e garantisco che sarà concessa un'intercessione per il regno dei morti. Le vostre anime saranno solo di passaggio per quei luoghi. Le essenze giungeranno nel Kaelorn”
Il Custode dei cimiteri parlò ancora a lungo in quella sala buia finché altre sette voci misero fine alla discussione.
“Parli bene per essere un miscredente, ma questa e l’anticamera degli Abissi. Qui non esiste altro piano all’infuori del DISEGNO”
E questo mise fine alle trattative.








