Echi di guerra
Echi di Guerra – Reillond
by IL Narratore on lug.04, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 21
Reillond
Ven Vlad aveva quasi finito di incastrare gli ultimi tasselli del suo piano: le razze che seguivano Crondor erano state convinte abbastanza facilmente, e ugualmente non aveva trovato nessuna vera resistenza da parte delle razze che seguivano Morgam.
Ora era arrivato ad un punto cruciale della sua attenta pianificazione: i Reillond.
Questa razza era da sempre una specie di affascinante sfida per Ven Vlad: li trovava incongrui nella loro ricerca dell’isolamento e allo stesso tempo li trovava simili a se stesso nel profondo sonno che potevano intraprendere.
A volte, quando la morte era tutto intorno a lui come in quel momento, Ven Vlad si ritrovava a farsi delle domande.
Erano quesiti stranamente “mortali” che in chiunque altro avrebbe trovato puerili:
“Chi siamo davvero?”
“Qual è la giusta via da seguire in questo momento?”
“Otterrò ciò che voglio?”
Ovviamente le risposte che dava a queste domande erano estremamente diverse da quelle che avrebbero potuto dare chiunque altro.
Chiunque altro tranne i Reillond.
E questo gli provocava un brivido strano.
Il custode dei cimiteri aveva pochi amici che potesse chiamare tali, ma innegabilmente un membro della razza reillond era tra questi e grazie alla sua intercessione Ven Vlad camminava tranquillo verso i Denti di Drago, sapendo che sarebbe stato accolto e scortato fino a Eret-Arbetin, la città sepolta.
Era stano come questa guerra lo stesse portando in posti che fino a quel momento lo avevano lasciato indifferente, posti che non era mai stato suo interesse visitare come il Cielo dorato e ora la città dei Reillond.
Lui era sempre stato un attento osservatore del mondo e ora si trovava a dover guardare da vicino certe realtà che aveva fino a poco tempo prima considerato sbagliate o quantomeno irrilevanti.
Doveva arrendersi all’evidenza: nel tempo si era innamorato profondamente di Adra e ora stava cercando di fare tutto quello che era in suo potere per salvarlo.
Forse era addirittura questo lo scopo per cui esisteva.
Alle pendici dei Denti di Drago una delegazione di Reillond lo stava aspettando. Erano in tre, uno per ogni casta: fuoco, terra e acqua… mancava un delegato della casta dell’aria, ma probabilmente sarebbe stato chiedere troppo.
Si rivolsero a lui con fare amichevole e lo scortarono nelle profondità del terreno, molto più in profondità di quanto qualunque nano avesse mai scavato, probabilmente.
La chiara luce del mondo di superficie era solo di poco attenuata e si diffondeva ovunque grazie agli ingegnosi sistemi di specchi che rischiavano tutta la città.
La distesa aperta davanti ai suoi occhi non assomigliava per nulla alle altre città sotterranee di razze diverse come i nani o i dojin: la città si apriva a perdita d’occhio in una caverna così grande che l’occhio non ne vedeva le pareti.
Al centro della città si innalzavano le scalinate che portavano su un’altura: il tempio di Teldon, indubbiamente, ma anche il luogo dove riposavano i cinque “eterei” della casta dell’aria: Kair Elendras.
Ven Vlad era diretto là.
Sapeva che gli Eterei erano svegli: era un fatto raro, la maggior parte della loro esistenza eterna quei reillond la passavano in uno stato di meditazione così profondo da essere simile ad un sonno magico.
Ma ora erano svegli e lo stavano aspettando.
Quello che davvero apprezzava di questa razza era la totale mancanza di presunzione verso gli altri: tutte le razze che aveva visitato finora avevano cercato di far passare il loro desiderio di incontrarlo come un gesto di condiscendenza nei suoi confronti.
Gli oscuri aveva finto di ignorarlo mandandogli incontro un reietto, i dojin avevano fatto in modo di mostrarsi a lui solo in una spessa nebbia, le valchirie avevano dovuto accettarlo solo dopo l’ordine diretto della Dama… i reillond invece non avevano timore ad ammettere che erano curiosi.
La loro funzione primaria era quella di ricordare le cose ed era chiaro che per loro lui era un’ottima fonte di memorie e per questo degno di attenzione.
Non dissimulavano il loro apprezzamento per quello che lui stava tentando di fare dietro a maschere di fredda cortesia, e non facevano astrusi calcoli su quali secondi fini lui potesse avere, semplicemente accettavano la sua venuta e lo accoglievano come un “evento” degno di attenzione.
Quando finalmente arrivarono al tempio Ven Vlad si ritrovò accompagnato al suo centro dove un colonnato circolare si distingueva dal resto della costruzione: tra una colonna e l’altra era steso un tessuto che sembrava un fine merletto e che lasciava intravedere le figure umanoidi che si muovevano all’interno.
Ad una ispezione più approfondita il merletto si rilevò un delicatissimo lavoro di cesello della roccia chiamata Armin e in quel lavoro il guardiano dei cimiteri vide la mano di un dio.
Gli Eterei lo stavano aspettando ma nessun varco era presente nel superbo lavoro d’intaglio e così, mentre loro non potevano uscire, Ven Vlan non poteva entrare tra quelle sacre colonne.
Porse i suoi omaggi dal punto in cui si trovava e gli Eterei si appressarono al traforato tramezzo per parlare con lui:
“Benvenuto Vel Vlad. Il nostro comune amico ci aveva avvertiti del tuo arrivo, attraverso i suoi canali. Sappiamo chi sei e cosa ti ha spinto qui."
Ven Vlad sorrise a proprio agio. Non si aspettava attacchi alla sua persona e non si aspettava di dover convincere i Reillond con grandi discorsi, era più per rispetto nei loro confronti che si trovava lì che non per una reale necessità.
“Il nostro comune amico mi ha… diciamo che mi ha aiutato in una delicata situazione e sta agendo per mio conto davvero in maniera eccellente. Se avrete modo di sentirlo ancora vi prego di porgergli i miei ringraziamenti. Purtroppo dovrò approfittare della sua gentilezza ancora per un po’ di tempo…”
"Conosciamo il tempo e il luogo del vostro incontro, dove tutto ebbe inizio. Tutto muta in continuazione, custode dei Cimiteri e tu più di altri dovresti comprenderlo. Egli si mostrerà a te quando riterrà opportuno farlo e con i mezzi di cui tu stesso disponi."
Vald aveva ricevuto più risposte in quel momento, che in tutto il suo periodo post-risveglio. Osservò quelle figure indistinte e proferì un semplice "capisco".
La conversazione si fece via via più colloquiale mentre veniva portato un tavolo e uno scranno per far accomodare l’ospite e rinfreschi per onorarlo.
Echi di Guerra – Draconiani
by IL Narratore on giu.28, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 20
Draconiani
Hopacka galleggiava sopra le nuvole, ma anche se era rischiarata dal sole la temperatura era inesorabilmente gelida.
Da quando i draconiani si erano uniti all’esercito della Dama, il drago dorato volava spesso intorno alla città, sembrava quasi una madre intenta a controllare i propri cuccioli.
E di questo la popolazione della città era cosciente ma non certamente felice.
Il continuo trovarsi dinnanzi all’imponente drago suscitava nei draconiani un senso di disagio e di rabbia impotente che stava con il tempo portando la popolazione ad uno stato di tensione costante.
L’innato orgoglio razziale di questa popolazione, la loro certezza di essere superiori a qualunque altra razza in virtù della propria discendenza dai draghi, era profondamente minata dalla vicinanza continua del Drago di Morgam.
Hopacka era inoltre in subbuglio per le nuove direttive che erano giunte dal Consiglio Militare: il campo degli Hutamak stava per essere smantellato.
Il provvedimento era sembrato ingiusto e scandaloso a tutta la popolazione e soprattutto i meno giovani non riuscivano davvero a credere in una città priva del campo Hutamak.
Nonostante il malcontento tutti comprendevano perfettamente la scelta del Consiglio Militare ed erano disposti a rispettarla, seppure a malincuore.
I più colpiti dalla decisione erano proprio gli Hutamak che avevano preso l’abitudine di recarsi ogni mattina, in massa, a pregare ai piedi della statua di Kryos in cerca di un illuminazione per affrontare un futuro che ora vedevano come fumoso ed incerto.
Gli Hutamak sapevano essere furtivi, letali, spietati e coraggiosi, proprio come ci si aspettava da ogni draconiano, ma oltre a questo sapevano benissimo che la loro vita sarebbe dovuta essere breve e che avrebbe dovuto finire con una morte gloriosa per mano dei propri fratelli.
A nulla erano valse le rassicurazioni degli altri draconiani secondo le quali morire per mano di un adra era altrettanto glorioso che essere cacciati dai propri fratelli: gli Hutamak erano inorriditi davanti alla prospettiva di combattere e morire contro una razza diversa dalla loro e ancora peggiore era la prospettiva di perire sotto le mani di un Adra.
La visione dell’esercito degli Adra aveva risvegliato in tutti i draconiani incubi atavici di torture e nefandezze. Sapevano che la loro razza era ormai impura e irrimediabilmente corrotta proprio dalla razza rossa.
E la costante vicinanza con il Drago di Morgam non faceva che ricordarglielo.
Così quel mattino Krezyo si alzò come tutte le altre mattine, e si recò alla statua di Kryos, ma Krezyo non aveva intenzione di pregare quel giorno. Aveva già preso la sua decisione ed era pronto a seguirla.
Come tutte le mattine gli Hutamak erano inginocchiati in preghiera intorno alla statua.
Krezyo avanzò tra gli altri e salì sui primi gradini del basamento che sosteneva il monumento. Non tutti si accorsero subito di lui, poiché molti erano persi nei loro pensieri, ma qualcuno cominciò ad additarlo e a mormorare.
Krezyo si schiarì la voce e cominciò a parlare:
“Voi mi conoscete, sono Krezyo. Ho compiuto quindici anni il giorno stesso in cui il Consiglio Militare a deciso di smantellare il nostro campo. Quel giorno era importante per me: avrei dovuto partire per la terraferma, avrei dovuto essere inseguito ed ucciso come vuole la tradizione e come io ho sempre sognate per tutta la mia vita.
Ma questa guerra con gli adra ha dovuto portare la nostra razza a prendere decisioni estreme!
Ora io vi domando: è giusto?
Pensateci, vi prego.
E’ giusto che proprio gli adra, coloro che ci hanno tolto la possibilità di levarci alti nei cieli di Morgam” e così dicendò indicò il drago che lanciava la sua grande ombra su di loro dal cielo azzurro “proprio loro, l’odiata razza, ci costringa oggi a rinunciare anche alle nostre più nobili tradizioni?”
Krezyo ascoltò il mormorio di assenso che si levava dagli Hutamak.
“Io non sono un codardo. Non ho paura di morire. So che la morte è il mio destino imminente perché questo è ciò che sono: un Hutamak! E ne sono fiero! Anche se dovrò disubbidire al Consiglio Militare, ora io, davanti a voi, prometto che non mi lascerò uccidere da mano che non sia degna! Io mi rifiuto di partecipare a questa violazione delle nostre tradizioni! Io morirò come si confà ad un fiero draconiano del mio rango!”
E così dicendo Krezyo si diresse ai margini della città, seguito da tutti gli altri Hutamak.
Molti erano perplessi, non capendo dove volesse andare o cosa volesse fare ma era il primo seme di un’idea per la quale avevano pregato strenuamente e quindi lo seguirono comunque.
A margini estrerni di Hopaka Krezyo si affacciò sul vuoto sotto di lui, guardando le brillanti acque blu sottostanti si lanciò nel vuoto.
Gli altri draconiani che lo avevano seguito fin lì rimasero interdetti per un solo istante: l’altezza era estrema e l’impatto con le acque sottostanti avrebbe potuto risultare fatale.
Ma nonostante ciò si lanciarono.
Alcuni, ma furono in verità pochi, morirono nell’impatto con le gelide acque, ma la maggioranza sopravvisse e continuò a seguire il loro condottiero improvvisato.
Krezyo nuotò fino alle lastre di ghiaccio che sovrastavano la laguna e si arrampicò su di esse, gli occhi fissi sul brillante scintillio del tempio di Morgam.
Il suo passo era deciso, marziale e non esitò per un solo istante.
Quando arrivò davanti al tempio vide che le grandi porte erano aperte, come ad attenderlo.
E i suoi occhi si sgranarono quando vide la Dama in persona in piedi al centro della grande e luminosa navata, come ad accoglierlo.
Varcò la soglia titubante, quasi imbarazzato dall’enormità dell’onore che riceveva, e si appressò alla Dama, cadendo in ginocchio davanti ai suoi piedi, come i molti dietro di lui.
Ristette in silenzio solo per pochi attimi, poi, levando gli occhi con decisione, scandì piano le parole:
“Nostra Dama, nostra luce e guida. Siamo qui a supplicare il perdono di Morgam. Chiediamo perdono perché non combatteremo per lui e per voi in questa guerra.
Sappiamo che Morgam è giustizia e a questo ci appelliamo chiedendo di lasciarci morire, come dovrebbe essere, per una mano degna del nostro sangue di drago e non sotto i colpi degli odiati adra!
Dama, chiediamo il permesso di ucciderci ora, per nostra stessa mano, davanti ai vostri piedi. E chiediamo il perdono per questa disobbedienza.”
Gli occhi di Krezyo rimasero fissi in quelli della Dama che con un triste sorriso rispose:
“DAVANTI AD UNA SUPPLICA COSI’ ACCORATA MORGAM VORREBBE UCCIDERVI CON LE SUE STESSE MANI, SE POTESSE SCENDERE DAI CIELI. SE VI ACCONTENTATE, ONOREVOLI ED INTEGERRIMI DRACONIANI, SARANNO LE MIE MANI A DARVI LA MORTE, SEPPUR INDEGNE DEL VOSTRO CORAGGIO!”
Gli occhi di Krezyo si riempirono di lacrime di gioia e di ringraziamento e girando lo sguardo sugli altri Hutamak vide che tutti erano enormemente onorati del favore ricevuto.
“Siamo pronti!” disse spostando lo sguardo dai profondi occhi della Dama alle mani dove Kirkuk, il sacro martello di Morgam, stava comparendo.
Il drago scese in picchiata in una stretta spirale intorno alle cupole dorate e lanciò un lungo, lugubre e terrificante urlo.
Echi di Guerra – Valchirie
by IL Narratore on giu.21, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 19
Valchirie
Il tempio era inondato di luce e profumava di fiori.
Una valchiria suonava una musica dolce sulla sua lira, in un angolo, e altre due stavano acconciando i lunghi capelli della Dama in una complicata pettinatura.
Sembrava regnare la pace e il silenzio, un luogo sacro di sussurri sommessi e di meravigliosa gioia.
Ma solo se non si guardava più a fondo: la valchiria che stava suonando aveva una sola ala e le sue armi e l’armatura erano appoggiate a terra di fianco a lei.
La Dama aveva invece gli occhi chiusi, e la fronte solcata da una profonda ruga di concentrazione.
In sottofondo il rumore persistente di un respiro possente ricordava a tutte che l’enorme drago dorato stava riposando davanti alle porte del tempio.
E ancora più distante si sentiva un cozzare di armi, chiaro segno che draconiani e valchirie si stavano addestrando, preparandosi ad affrontare presto un nuovo assalto degli Adra.
Lungo le pareti del Tempio oscillavano nove gabbie d’oro e ognuna conteneva un essere ferito e torturato.
Erano Adra, malconci ma indubbiamente vivi. Nove valchirie, in piedi silenziose e immobili erano di guardia presso ciascuna gabbia.
La Dama si riscosse dalla sua meditazione nel momento in cui l’acconciatura fu finalmente finita.
Si alzò il tutta la sua considerevole altezza e si avvicinò alla valchiria che stava ancora suonando, appoggiandole gentilmente una mano sulla spalla.
L’ala perduta, strappata durante la lunga battaglia, ricrebbe velocemente dalla sua schiena, e subito il suo volto, pieno d’ardore si illuminò di gioia e lei si profuse in sommessi ringraziamenti.
La Dama li accettò con un sorriso e poi congedò tutti i presenti:
“ANDATE ORA, MIE DILETTE. A DORIAMAR QUALCUNO VUOLE ATTRAVERSARE I PORTALI, E IO LO AUTORIZZO A FARLO. PREDISPONETE PER LUI IL RITUALE.”
Le valchirie uscirono dal tempia a passo marziale, lasciando la Dama sola con i suoi prigionieri.
Doriamar era stata eretta magicamente dopo la battaglia con gli Adra. Le valchirie che erano rimaste sul piano materiale per poter meglio proteggere il Tempio di Morgam, erano state rapide ed efficenti: la nuova città si trovava proprio ai confini di Città sull’Acqua ed era una cittadella costruita ad immagine di Oraien, la città delle valchirie nell’alto del cielo dorato.
Le sue mura erano bianche e azzurre ed erano inframmezzate da alte e slanciate torri di guardia.
E proprio davanti a quelle candide mura spiccava in netto contrasto una figura scura e immota.
Le valchirie di ritorno dal tempio si appressarono a lui e lo guardarono con sorpresa: per loro era un novità poter vedere un maschio umano e si lanciarono sguardi curiosi e vagamente imbarazzati davanti agli occhi sprezzanti di Ven Vlad.
“Voi dovete essere lo straniero che vuole attraversare il portale”
Se il guardiano dei cimiteri era infastidito dall’attenzione che stava attirando sicuramente non lo dimostrava:
“Sono io. E voi dovete essere la mia scorta, immagino.”
“La dama ci ha mandato ad accogliervi, in effetti.”
E così dicendo lanciò uno strano grido verso una delle sentinelle sulla torre più vicina.
Questa scomparve e poco dopo una delle grandi grate dorate che sigillavano l’accesso alla rocca si sollevò su cardini magici e lasciò libero il passaggio.
La pianta della città era a raggiera: nove vie principali conducevano al tempio dove era custodito il portale di accesso al Doraer, il cielo dorato.
Le valchirie scortarono Ven Vlad lentamente, come in processione, lungo una delle vie.
Stavano intenzionalmente rallentando il passo per dare modo e tempo a tutte le loro compagne di vedere da vicino lo straniero.
Era strano vedere quelle forti guerriere che solo qualche mese prima si erano dimostrate implacabili e disciplinate dispensatrici di morte accorrere così numerose.
Sembravano delle comuni ragazzine umane, curiose e ridacchianti, se non fosse stato per le onnipresenti candide piume che spuntavano dalle loro schiene.
Le più anziane mostravano un contegno più dignitoso e marziale, ma soprattutto le giovani sembravano incredibilmente affascinate da Ven Vlad.
Una delle scorte si scusò con lui:
“Mi dispiace per il comportamento delle mie sorelle… sono curiose… voi siete il primo essere di una razza diversa a mettere piede a Doriamar… per non parlare del Doraer…” e così dicendo lanciò un’occhiata alle sue compagne, una delle quali continuò il discorso:
“E’ strano che la Dama Vi abbia concesso il suo permesso per accedere al cielo dorato! Possiamo sapere per quale motivo volete salire?”
La domanda sembrava innocente ma Ven Vlad notò la strana tensione nei muscoli delle spalle e immaginò che, in fondo, ci fosse una certa ostilità.
Decise comunque di rispondere sinceramente alla domanda:
“Voglio parlare con le Air-Naten, ovviamente. E siccome loro non possono scendere sul piano materiale, sarò io a salire da loro..
La valchiria che aveva posto la domanda spalancò la bocca per la sorpresa: le Air-naten erano le nove sacerdotesse che guidavano la loro razza ed era difficilissimo anche per una valchiria riuscire ad avere udienza.
Appena lo stupore si fu stemperato Ven Vlad venne inondato di domande:
“Lo sapete che siete il primo essere umano a salire, da vivo, nel cielo di Morgam?” chiese una innocentemente.
Il guardiano dei cimiteri gli lanciò un’occhiata glaciale ed emise uno sbuffo tra il derisorio e l’irritato:
“Da vivo. Interessante considerazione. Ovviamente le anime dei Morgamiani morti salgono nei cieli secondo la vostra dottrina… di conseguenza il Doraer deve essere parecchio affollato! E quindi ditemi: vivevate bene, lassù, con tutti quegli spiriti?” il sorriso sulla sua faccia si fece fastidiosamente strafottente ma la valchiria parve non cogliere l’ironia della voce.
“Be’, non è che davvero gli spiriti siano visibili ai nostri occhi. Sappiamo che sono lì perché Morgam li ha premiati ma non è in nostro potere vederli!” rispose come se dovesse spiegare un’ovvietà
“Oh, certo. Come ho fatto a non pensarci!” ma la risposta era stata seguita da un altro sprezzante sorriso.
Le valchirie, non sapendo come valutare lo strano individuo e non volendo mancare di ospitalità nei confronti dello straniero che aveva ottenuto il lasciapassare dalla Dama in persona, si chiusero in un compito silenzio.
Quando il piccolo corteo arrivò al tempietto che custodiva in portale la scorta di Ven Vlad si distribuì in un cerchio uniforme ed invitò lo straniero a posizionarsi al centro.
Ognuna di loro, solennemente, si strappò una candida piuma:
“Per la giustizia!” Declamò la prima
“Per la pietà!” Fece eco la seconda
“Per il coraggio!” continuò la terza e così di seguito invocando tutti i cieli di Morgam.
Quando alla fine sul palmo di Ven Vlad si trovarono nove piume gli venne fatto segno di entrare nel tempio.
Ven Vlad si avviò senza altri indugi e la sua sagoma nera sparì in una colonna di luce.
Echi di Guerra – Kritek
by IL Narratore on giu.13, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 18
Kritek
La riunione era stata indetta all’interno della città alveare.
I Kritek erano stati ben felici di ospitare i velisiani che erano sopravvissuti all’attacco di Zemekis nella loro città. Avevano fatto scortare tutti i superstiti dai Vragozar e li avevano curati e nutriti come se facessero parte della loro stessa razza.
Erano davvero creature stranissime e gli umani erano ancora sopraffatti da tutte le novità: non avrebbero mai potuto credere, senza vederlo, che una qualunque razza potesse vivere a stretto contatto con i sanguinari Vragozar senza nessun problema.
I Kritek erano decisamente singolari: i loro abiti in colori vivaci, sempre in tinta con i capelli dai colori brillanti davano loro un’aria fiabesca che spesso riusciva a scacciare i pensieri più cupi. Avevano spiegato, tra mille domande e mille divagazioni, che avevano aiutato i Vragozar a costruire l’enorme città, seminascosta nel terreno, in cambio di protezione.
Erano una razza pacifica che non conosceva la guerra da secoli. La loro vita era semplice e felice, come fossero sempre vissuti in un mondo a parte.
Bugsy Fingervald, la femmina Kritek che era stata salvata dalle grinfie di Zemekis, inizialmente era parsa ai velisiani come una specie di capo, anche se a conti fatti, si erano resi conto che la sua parola non valeva poi più di quella di chiunque altro. Tutti i Kritek in realtà sembravano avere sempre diritto di parola e nessuno si sentiva mai escluso da un discorso, almeno finchè questo risvegliava il loro interesse… e il loro interesse si misurava in minuti non certo in giorni o mesi!
L’unica particolarità che rendeva Bugsy diversa da molti altri della sua specie era l’innata capacità di comunicare con i Vragozar: non tutti i Kritek vi riuscivano, anzi erano rarissimi coloro che nascevano con questa capacità e per due popoli che convivevano a così stretto contatto era assolutamente indispensabile comunicare. Per questo Bugsy aveva un enorme valore per tutti, e per questo Zemekis l’aveva fatta rapire.
Ven Vlad si era ritrovato in una situazione quantomeno imprevista quando aveva raggiunto i velisiani e indetto la riunione: erano presenti i borgomastri e molti Kritek ma stavano ancora aspettando una rappresentanza dei Vragozar.
Ven Vlad si guardò intorno: gli umani avevano volti segnati dalle privazioni e dalle sofferenze ma volgendo gli occhi intorno notò una sola donna davvero affranta, come se il suo mondo fosse ormai finito, i restanti cercavano di farsi forza gli uni con gli altri.
Più per passare il tempo che per un reale interesse Ven Vlad cominciò a discorrere con uno dei borgomastri più giovani:
“Non riesco a comprendere come si sia potuti arrivare a questo. Tra tutti i territori avrei pensato che Velis fosse la meno incline a subire tradimenti al proprio interno” commentò il custode dei cimiteri.
Il borgomastro lo guardò per un momento con sguardo interrogativo poi i suoi occhi si illuminarono di comprensione:
“Oh, voi vi riferite ai borgomastri che sono rimasti dalla parte di Zemekis, ovviamente!”
“Certo, è ovvio. Avete subito altri tradimenti?”
L’uomo inarcò un sopracciglio con fare ironico:
“Da come parlate si direbbe che siete una persona che vede solo le tinte forti, non siete molto avvezzo ai compromessi”
Ven Vlad rimase interdetto per un attimo:
“Pensavo che consideraste un atto altamente contrario al senso civico velisiano questo voltafaccia da parte di alcuni…”
Il borgomastro alzò una mano per interrompere il discorso:
“E’ evidente che non siete cittadino di Velis. Noi non vediamo le cose allo stesso modo vostro. Forse il popolo vede un tradimento, forse vuole vendetta contro coloro che appoggiano Zemekis! Ma voi state parlando a me, Razio Trevin, borogomastro di Zagrib, e vi posso garantire che noi non la pensiamo allo stesso modo.” Si interruppe un attimo, fece un paio di brevi respiri come a voler calmare il senso di irritazione che traspariva dalla sua voce.
“ Zemekis è stato per anni un grande generale per Velis! La sua forza è stata al nostro servizio e ha salvato moltissime vite! Voi potete odiarlo, trovarlo spregevole, potete addirittura disprezzare il suo essere… ehm… particolarmente longevo… ma noi? Noi lo conosciamo come uomo! Lo conosciamo da talmente tanto tempo da sapere quanto è vasta la sua sete di potere. Lo conosciamo intimamente, siamo consapevoli che potrebbe non essere un eroe, o un buon governante… anzi, potrebbe essere un bruto e un tiranno. Ma è una minaccia conosciuta. E alcuni di noi hanno dovuto… hanno dovuto…”
Ven Vlad si scostò il velo dal volto per guardare negli occhi dell’uomo. Voleva davvero vedere quell’umano che gli stava parlando di… di cosa? Possibilità? Codardia? Nei suoi occhi brillava una luce…. cos'era? Fierezza? Orgoglio?
Razio lo fissò diritto negli occhi e continuò il suo monologo con un tono risoluto.
"Tu sei un forestiero e non sai nulla del popolo che dimora in queste terre. Come può il lupo chiedere delucidazioni al toro? Chi sei, tu, per comprendere questa gente? No, guardiano dei cimiteri…. tu non sai nulla. Ma ti parlerò del mio popolo anche se non capirai.
“Voi venite dalle terre barbare del Reame, non capite davvero quanto grande possa essere l’amore di un Velisiano per la sua terra! Noi siamo disposti a tutto per la sopravvivenza di Velis! Avrei potuto essere io stesso al fianco di Zemekis, ora!
Si, hai capito bene. Velis si è volutamente divisa in due. Fratello contro fratello…. sino alla morte dell'uno o dell'altro. Così Velis potrà nuovamente ricostruirsi sull'ennesimo sangue della sua gente.
“Mi state dicendo che era calcolato? Mi state dicendo che avete deciso a tavolino di dividere le vostre genti e i vostri cuori? Mi state dicendo che vi siete volontariamente divisi per appoggiare entrambe le parti? Siete davvero un popolo così spregevole da non saper combattere per un solo ideale?”
Gli altri borgomastri presenti, udito il dialogo, mossero un sorriso di compatimento verso quell'uomo che si ostentava a non capire:
“Fate presto a parlare, voi! Appartenete ad una terra barbara che non sa nemmeno lasciar morire dignitosamente i propri caduti! Noi sappiamo che quando un uomo muore è per sempre!” e così dicendo puntò il dito verso la Guardiana piangente e poi continuò implacabile “Noi siamo un popolo che è sopravvissuto a molte grandi catastrofi! Noi sappiamo come aggrapparci alla vita, perché la nostra vita è una sola! E nei secoli abbiamo imparato come fare in modo che i nostri ideali sopravvivano a noi… la nostra gente non scorderà MAI, cos’è Velis! Noi sappiamo che la nostra discendenza sopravviverà al tempo, e saprà far rinascere la nostra federazione dalle ceneri e dai ghiacci! Potete dire lo stesso, voi, gente di un reame dove la morte non è mai per sempre e dove la gente cambia bandiera continuamente! Questa è la guerra! Questa è Velis straniero! Come osate giudicare ciò che nemmeno capite?”
Vlad capì in quel momento, e per un attimo sembrò che il suo occhio azzurro partorisse una lacrima. MA fu solo un attimo.
Rimase in silenzio a lungo, in quella stanza dove tensione e orgoglio si tagliavano con il coltello. Si chiese se il suo sonno fosse stato davvero un così terribile sbaglio… aveva equivocato così tante cose da quando si era risvegliato…
Ma non fece in tempo a immergersi nei suoi cupi pensieri perché in quel momento due Vragozar fecero il loro ingresso, silenziosi e minacciosi al contempo e si fermarono immobili al centro della sala.
Bugsy, che fino a quel momento era rimasta ad osservare interessata il funzionamento delle giunzioni di un’armatura velisiana, si alzò di scatto e, incurante della tensione che regnava nella stanza, annunciò che la riunione poteva cominciare:
“I Vragozar vi ascoltano” disse sorridente “vi stavano ascoltando anche prima, veramente… vogliono farvi sapere che i vostri amici, quelli che sono rimasti al fianco del Re Immortale, moriranno con lui”
Bugsy spostò il peso agitata, da un piede all’altro:
“Hanno deciso che il Re Immortale è loro nemico. Potevano lasciar correre il furto del Kemeres se Zemekis fosse per sempre rimasto lontano, ma lui è entrato di nuovo nel territorio dei Vragozar. E loro non amano… ehm… visite inaspettate! Inoltre dicono che la razza rossa non gli piace!”
La Kritek corrugò la fronte per un attimo:
“Dicono che sapevano che la razza rossa un giorno sarebbe arrivata, e dicono anche che loro aspettano da secoli di combattere perché… scusate ma non capisco bene, è qualcosa che ha a che vedere con il tempo e il mutamento… è una cosa Vragozar… non posso tradurla, scusate! Però dicono che combatteranno con voi e che… il piano dell’uomo strano, quello che nasconde tutto il corpo nei vestiti neri, invece che le sole mani, come è normale, be’.. il suo piano piace ai Vragozar!”
Tutti i Kritek presenti esultarono come bambini davanti alla notizia dei futuri combattimenti.
Per loro la guerra era un’entusiasmante novità!
Echi di Guerra – Orchi
by IL Narratore on giu.06, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Vlad rabbrividì al pensiero. La morte non è la condizione peggiore…
Echi di Guerra – Oscuri
by IL Narratore on mag.30, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 16
Oscuri
“Dopo mesi di accaniti combattimenti non resta più nulla di Città del Serpente” pensò Ven Vlad avvicinandosi alle nere macerie.
Dove solo pochi mesi prima sorgeva la labirintica e misteriosa capitale di Narva, ora vi erano solo cumuli di rocce e polvere, inframmezzati da profondi crepacci.
Qua e là si vedevano dojin e baaling intenti a pattugliare la zona mentre qualche Shernak volava alto nel cielo per controllare l’orizzonte. Gli Adra si erano ritirati, o forse erano stati richiamati, poco importava, comunque ora la zona sembrava vivere un momento di relativa pace.
Ma nessuno stava cercando di ricostruire. Non c’era traccia nemmeno delle più elementari difese come fossati o barricate: mai le stirpi di Crondor si sarebbero abbassate a chiudersi in difesa sotto gli occhi implacabili della Signora dei Serpenti!
E inoltre non restavano individui, in quella desolazione di ghiaccio e macerie, che potessero provare a ricostruire alcunché: la popolazione era lontana, nei boschi dei Tuiadri, e gli unici ancora presenti oltre ai demoni richiamati dal Kaelorn,
erano coloro che vivevano all’interno del Tempio.
Ven Vlad aveva considerato attentamente le sue possibilità: avrebbe potuto entrare facilmente nel Tempio se avesse voluto, ma non era certo di poter incontrare la Signora. Come non era nemmeno certo che Lei avrebbe gradito la sua intrusione, ma poco importava. Un approccio più diplomatico, in questa situazione, sembrava il mezzo migliore per trasmettere il messaggio e così, trovato un dojin delle Vette di Cristallo, lo istruii per consegnare il suo messaggio al Tempio.
Scelse un posto dove attendere pazientemente la risposta e si avvicinò a quello che un tempo avrebbe potuto essere un tempio ,adesso caduto in rovina. Entrò nel perimetro della costruzione, ancora presente sul terreno brullo e scuro, e in piedi all’interno della struttura riprese una vecchia sua abitudine: incominciò ad annusare l’aria per cercare informazioni o elementi per lui interessanti.
Non trovò nient’altro che terrore, angoscia e paura: in una unica parola sentì il buon vecchio sapore di Crondor!
I suoi ricordi vagarono entrando in una meditazione controllata; sapeva benissimo che una risposta gli sarebbe giunta solo dopo il calar delle tenebre.
L’aria si era notevolmente raffreddata nell’approssimarsi della notte e il silenzio era quasi totale in quella desolata distesa di distruzione. Un sasso ogni tanto rotolava in un crepaccio o un muro scricchiolava e un cumolo di ghiaccio si staccava dalle pietre, ma per il resto non vi era nessun movimento .
Ven Vlad aveva gli occhi chiusi sotto lo spesso velo che gli ricopriva il volto, ma nonostante questo e nonostante l’assenza di rumori, percepì immediatamente la presenza di qualcuno.
Non si mosse , diede volontariamente il vantaggio all’attaccante.
Una lama nera e opaca venne puntata al suo collo e una voce sussurrò: “Cosa vai cercando qui, straniero?”
Ven Vlad rifletté sulle varie possibilità: l’oscuro era solo. Il suo invito non era stato accettato e avevano mandato un sicario .
“Un sicario solo! Non può essere” pensò tra se “sapevano benissimo che sarebbe stato carne da macello ancor prima di aprire bocca! O Forse l’invito è stato accettato ma non hanno ritenuto di doversi muovere in massa per me. Grosso errore.”
Ven Vlad parlò : “Aspetto un messaggero che riporti le mie parole. Sei tu quel messaggero?”
“Forse.” rispose in un sussurro l’oscuro e un leggero movimento mise in risalto il candore del suo incarnato, deturpato solo da una macchia più scura sulla fronte dove un tatuaggio a forma di serpente spiccava argenteo sulla pelle bianca.
“E’ un oscuro albino, ma è anche un reietto. Probabilmente è stato mandato lui perché è un elemento sacrificabile da una parte ma in cerca di riscatto dall’ altra… non è certo un segno di apertura , ma meglio di niente!” pensò Ven Vlad.
“Forse non è una risposta , i forse in queste occasioni creano solo grossi problemi e permettimi di dirti che il problema non sarà sicuramente il mio.”
Ven Vlad incominciò a girarsi molto lentamente verso l’albino e sentì la pressione della lama aumentare ad ogni suo piccolo movimento. La tentazione fu di distruggere all’istante quell’oscuro insolente, ma poi pensò forse che una piccola dimostrazione del suo potere fosse la cosa giusta da fare. Ven vlad continuò a ruotare e la lama non accennava a ritrarsi, così decise di farla arretrare lui. Con i muscoli tirati dallo sforzo, l’oscuro capì di non riuscire più a muoversi ,anzi… il braccio con il coltello in pugno si stava muovendo, senza che lui ne avesse il controllo, e si stava allontanando dal collo del suo bersaglio. Pian piano il braccio si abbassò e il pugnale rientrò nel fodero.
L’albino sgranò gli occhi, ma non si mosse: “Dimmi cosa vuoi.”
“E’ un discorso lungo e impegnativo e non mi va di affrontarlo qui con te. Tuttavia pare non ci sia altra scelta, quindi ascolta attentamente perché non mi ripeterò. So che molti di voi sono morti durante l’epurazione del clero.”
L’oscuro non rispose.
Ven Vlad continuò “e so anche che la vostra razza è in gran parte passata nel portale a Levor. Qui siete rimasti in pochi. Solo le guardie scelte della Signora e delle Figlie e alcuni dei Sommi Sacerdoti…perlopiù albini quindi.”
“Continua a parlare e fallo in fretta straniero. Non riceverai alcuna risposta; riporterò le tue parole ma nulla di più.”
“Va bene allora. Due cose: la prima riguarda l’armata di Narva. Il Consigliere è morto. In verità lo era già da tempo… ma io stavo dormendo.. e comunque sono cose che possono capitare. Questo non toglie che ora la popolazione di Narva è
lontana dagli occhi della Voluntas e senza una guida…”
L’oscuro scatto in avanti e riportò la lama alla gola di Ven Vlad. “Zitto cane! Chi ti credi di essere per poter dare consigli alla Voluntas in persona! L’armata di Narva è qualcosa che la tua bocca infedele non deve nemmeno nominare!”
“Lo riconosco questo oscuro ha una fede forte e sicura e questo è un bene.” Rifletté Ven Vlad. Ma al contempo si sentiva colmare da un senso di rabbia feroce. Era così ovunque. Le razze erano divise tra troppi secoli di rancori e lotte. Erano troppo diverse tra loro per trovare il modo di convivere. Ma erano anche abbastanza orgogliose da poter rispondere al richiamo di una guerra inevitabile. Mosse la mano fulmineamente e afferrò il polso dell’albino.
“Adesso mi lascerai finire di parlare e poi riporterai le mie parole. O morirai di una morte che la tua misera mente non è neanche in grado di immaginare , la scelta è tua.”
L’oscuro cercò di svicolare con scarso successo. La stretta della mano sul suo polso era ferrea e da lì si irradiava nel suo corpo un dolore pulsante e inarrestabile che lo lasciava privo di difese.
“Non cercherò di continuare a parlarti della popolazione di Narva, esule in terre lontane, ma il secondo argomento
di cui voglio parlarti è di estrema importanza quindi vedi di memorizzarlo e di non alterare le mie parole, la mia pazienza ha un limite e sta per essere raggiunto.”
Il reietto albino annui con il capo.
“Molto bene.” Ven Vlad si soffermò un attimo per riflettere sul modo migliore di esporre la cosa.
“Questa guerra con gli Adra deve essere molto ben vista dalla tua Signora. Scommetto che aspettava un’occasione come questa da… tanto. E sono certo che si sta anche divertendo in mezzo a tutte queste macerie e distruzioni… ma gli Adra
si sono ritirati.”
Osservò il volto dell’oscuro: gli occhi non volevano togliersi dal suo torturatore, i tratti del volto erano fini ma contorti dal dolore.
“Stai ascoltando? Ricordi quello che sto dicendo.”
Di nuovo l’albino assentì, lasciandosi sfuggire un gemito dalle labbra serrate in una sottile linea bianca.
“Non trovo appropriato che il nuovo clero di Narva rimanga asserragliato dentro al Tempio mentre al suo esterno ci sono nemici così potenti da aver richiesto addirittura l’evocazione dei demoni dell’abisso, non trovi? Dei veri seguaci del tuo culto dovrebbero cercare la guerra con molto più accanimento… dovrebbero andare a cercare i nemici, stanarli e ucciderli senza pietà! Qualcuno potrebbe pensare che sono dei pusillanimi e dei traditori come i loro predecessori, se rimanessero troppo a lungo asserragliati nel Tempio, vero?”
L’altro non rispose e Ven Vlad si rese conto che non avrebbe resistito al dolore ancora a lungo.
Lasciò la presa e lo vide accasciarsi a terra ansante e, contro le aspettative del Guardiano dei Sepolcri, sorrideva visibilmente compiaciuto dal dolore appena provato.
La cosa non lo disturbò e finì di esporre i suoi pensieri in tutta calma prima di aprire un portale e sparire nel nulla.
L'albino si riscosse lentamente dal dolore che gli aveva pervaso ogni muscolo e si avviò lentamente e silenziosamente verso il Tempio. Avrebbe svolto il suo dovere e avrebbe riferito le parole blasfeme dell’ infedele ai sacerdoti.
A loro volta uno di loro avrebbe riferito alla Voluntas Crondoris e Lei avrebbe deciso se disturbare la Signora in persona… ma questo era molto oltre la portata di quel misero reietto che un tempo era stato un sommo sacerdote.
Echi di Guerra – I Dojin
by IL Narratore on mag.23, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 15
I Dojin
Le vette sembravano vicinissime ma Ven Vlad sapeva che era solo un inganno della prospettiva:
la catena montuosa era immensa e ancora lontana.
Le cime di quelle particolari montagne erano così ripide che anche la neve e i ghiacci non vi avevano trovato appiglio.
Le Vette di Cristallo prendevano il loro nome dalla loro particolare formazione: antichi vulcani aveva lasciato guglie aguzze di materiali vetrificati che ora brillavano scuri e traslucidi all’orizzonte.
Quando ancora il sole toccava quei territori le punte potevano prendere tutte le tonalità del cielo e del sole ma ora, sotto uno spesso strato di nubi, circondate dall’abbagliate candore della neve, apparivano come nere ossa spezzate e bruciate che sbucavano dal terreno.
Ven Vlad avrebbe voluto arrivare più vicino di così alla sua meta ma sapeva che era meglio lasciare che i dojin lo vedessero avanzare con calma lungo le pendici.
I dojin non erano una razza ospitale e raramente accettavano visitatori nella loro città.
Ven Vlad era già stato lì molti anni prima e ricordava ancora in quale anfratto si celava l’ingresso della città e questa era una fortuna, perché in alternativa avrebbe potuto passare anni cercandola, senza mai trovarla.
L’ingresso era costituito da una spaccatura che da lontano era praticamente invisibile e anche quando ci si entrava sembrava poco più di una larga fessura di roccia.
Le pareti erano talmente lucide da sembra un labirinto di specchi scuri, che rimandavano all’infinito l’immagine del visitatore.
Ven Vlad avanzò sicuro anche quando la luce diminuì e l’aria intorno a lui divenne nebbiosa e densa, come se freddi vapori avvolgessero l’interno di quelle montagne.
Camminò così per quei cunicoli finchè un lieve suono davanti a lui non lo fece fermare.
Qualcosa di rosso fluttuò leggero di fronte a lui.
“ Ven Vlad è il mio nome, custode del sempre, custode di morte ” Scandì lentamente, ma senza aggiungere altro.
Il silenzio si protrasse e le nebbie si smossero lievemente, poi, per un breve attimo, un dojin di colore scarlatto, e un altro nero come la notte comparvero tra le volute per subito scomparire.
Ven Vlad avanzò, seguendoli in quello che sembrava un cammino senza fine: le pareti ai suoi fianchi erano ormai invisibili e il movimento del suo mantello creava giochi di fumo che si disfacevano in scie lattiginose che a tratti sembravano forme umanoidi ai suoi lati.
Sentiva il terreno roccioso sotto i piedi ma avrebbe potuto anche camminare su una sottile cengia per quello che ne sapeva.
Nonostante ciò avanzò seguendo i brevi bagliori delle sue guide.
Ad un tratto la sensazione di spazio intorno fu palpabile e l’aria si schiarì un poco nel vasto ambiente circostante: Ven Vlad stava camminando su uno stretto sentiero e tutto intorno a lui milioni di uova erano ammassate in cangianti arcobaleni di colori.
Molte femmine dojin erano affaccendate tra le uova: le saggiavano, le soppesavano e poi ad una ad una le spostavano in nicchie di roccia, lontane dalle altre.
Sui loro volti era scritta un’angoscia senza fine.
Ad un tratto una femmina afferrò un uovo più piccolo degli altri e con un gesto di estrema rabbia lo scagliò per terra, rompendolo.
Un piccolo corpo si contorse per un attimo ma la femmina lo schiacciò sotto i suoi piedi, urlando di furia e di dolore.
In quel momento Ven Vlad comprese la gravità della situazione: l’intero popolo stava per sacrificarsi in quella guerra.
Stavano andando contro il loro naturale istinto e stavano dividendo le uova per garantire un futuro alla loro razza.
Sapevano che nessuno di questa generazione sarebbe sopravvissuto alla chiamata della loro Signora contro gli Adra e preparavano il terreno per la prossima generazione.
Ma l’istinto era forte in quelle creature ancora legate all’abisso e l’idea stessa che tutti i loro piccoli, anche i più deboli, potesse sopravvivere alla schiusa rendeva furiose le madri.
Nonostante ciò la femmina che aveva infranto l’uovo venne prontamente fermata dalle altre prima che potesse di nuovo uccidere.
Poi improvvisamente come si erano sollevate, le nebbie di nuovo si chiusero intorno a Ven Vlad.
Il cammino durò ancora per ore, in un silenzio a volto rotto da urla o ringhi, a volte vuoto e a volte echeggiante di sussurri.
Passo dopo passo la nebbia si faceva sempre più densa e più scura finché ad un certo punto ogni luce scomparve.
Ven Vlad rimase immobile, in ascolto.
I sussurri e i fruscii sembravano indicare che intorno a lui vi fossero moltissimi dojin, ammassati e sussurranti, ma nessuna parola era davvero distinguibile.
Poi sette voci parlarono:
“ Dicci cosa vuoi da noi! La nostra città somiglia già così tanto ad un cimitero da averti attirato fin qui ?”
Ven Vlad soppesò ogni parola
“Forse. O forse voglio dare un consiglio alla vostra razza”
I vestiti e il mantello dell’uomo si mossero appena, come sfiorati da mille mani e altre sette voci parlarono:
“Noi siamo gli abitanti dell’Abisso. Non accettiamo consigli da te”
Sarebbe stato un colloqui difficile.
“Può darsi . Ma se fosse così non avreste lasciato la via libera fino a qui senza ostacolarmi ,vi dirò quello che devo e voi ascolterete “
Sette voci, sempre differenti dalle precedenti, intonarono insieme:
“Allora dicci, e poi vattene. Non sei il benvenuto qui “
No, non lo era. Ma ormai era tardi per ritirarsi e c’erano cose troppo importanti in gioco.
“Voi siete demoni, siete relegati qui e vedete questa guerra solo in funzione di una morte sanguinosa che possa riportarvi nel Kaelorn. Ma la vostra Signora è legata a questo piano proprio come voi. E vi chiama alla battaglia. Io non ho il potere per fermarvi e non mi interessa farlo. Non mi importa chi vincerà questa guerra. Voglio solo essere certo di chi sarà a perderla”
Per un attimo sembrò che l’oscurità stessa prendesse vita in una fredda risata di molti toni e voci, poi il silenzio cadde di nuovo.
“La Guerra non ha bisogno di vincitori e perdenti, stolto! La Guerra esiste per essere Guerra! Tu vuoi vedere la Guerra finire! Tu sei un miscredente nella casa di Crondor!”
Ven Vlad si rese conto della cecità di questa razza, in passato la sua reazione sarebbe stata l'annientamento di tutti i presenti, ma non oggi . I fruscii intorno a lui si erano intensificati e ora sentiva mani calde e gelide toccarlo e spingerlo.
“Posso capirvi. Le mie parole sono state fuorvianti. Vi riproporrò il mio pensiero in altro modo. Voglio una vita. E’ mia di diritto . Voglio che in questa Guerra muoia Zemekis. Aiutate il mio piano e garantisco che sarà concessa un'intercessione per il regno dei morti. Le vostre anime saranno solo di passaggio per quei luoghi. Le essenze giungeranno nel Kaelorn”
Il Custode dei cimiteri parlò ancora a lungo in quella sala buia finché altre sette voci misero fine alla discussione.
“Parli bene per essere un miscredente, ma questa e l’anticamera degli Abissi. Qui non esiste altro piano all’infuori del DISEGNO”
E questo mise fine alle trattative.
Echi di Guerra – I Nani
by IL Narratore on mag.16, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 14
I Nani
L’aria era calda e fumosa nella Grande Sala e ovunque c’era movimento, era giorno di mercato e tutti erano affaccendati a mettere in mostra al meglio le loro merci.
Alcuni banchi traboccavano letteralmente di vasellame, altri scintillavano di monili di stupenda fattura, altri ancora mostravano stoffe dei più svariati colori anche se i più numerosi erano quelli che vendevano armi, armature e scudi.
La gente però disdegnava quasi tutti questi oggetti e si affollava intorno agli sparuti banchetti che vendevano vivande: la ressa era incredibile e a volte scoppiavano liti e zuffe tra gli acquirenti.
Il cibo cominciava a scarseggiare e sebbene le scorte fossero ancora abbondanti la carne fresca stava diventando un vero privilegio, visti i prezzi. Da quasi un anno ormai non si vedeva più nessun genere di frutta o di verdura e anche i prodotti essiccati e le granaglie stavano finendo.
L’uomo guardava il mercato dei nani con il cuore gonfio di presagi oscuri, erano provati, esattamente come tutti quelli che ora si trovavano in terre lontane.
I nani erano una razza forte e orgogliosa e non si lamentavano mai ad alta voce, ma era evidente che la glaciazione stava ormai prendendo il sopravvento.
I tunnel superiori erano ormai impraticabili a causa del ghiaccio e le pochissime uscite dalle montagne erano state scavate al prezzo della vita di molti, sepolti sotto i crolli della neve in superficie.
I cacciatori continuavano ad avventurarsi all’esterno, ma tornavano quasi sempre a mani vuote, la selvaggina era morta e a volte i cacciatori non tornavano affatto.
Dopo un mese di assenza i Clan si riunivano nella Grande Sala per elogiare il Kazuk dei caduti; erano cerimonie festose e divertenti dove l’idromele scorreva a fiumi, anche se non abbondante come un tempo, ma erano comunque funerali e tutti ne erano coscienti.
Artemis Della Rocca, primo del suo nome, Imperatore di Altarupe, era poco più di un’ombra a ridosso delle pareti della grande sala, aveva congedato tutti i suoi servitori e ora si trovava solo con il suo consigliere più fidato.

“Ven Vlad, la situazione è sempre più critica, l’esercito imperiale farà ritorno a breve… sono i miei uomini migliori e più fidati, sebbene io non glielo abbia mai detto. Sono certo che presto saranno qui.”
Ma erano mesi che questa frase veniva ripetuta incessantemente e ormai era come una filastrocca imparata a memoria e privata del suo significato iniziale.
“Artemis, questa situazione è anche colpa mia. Dovevo essere il tuo consigliere, facevi affidamento su di me e invece io mi sono allontanato per seguire… altre vie. Avrei dovuto rimanere al tuo fianco e avrei dovuto capire prima che la situazione non si sarebbe risolta da sola.”
Artemis si accigliò.
“Esatto, Avresti dovuto! Ma anche io avrei dovuto seguire l’esercito… mia moglie, lo sai meglio di me, non è certo il tipo che sa come spronare gli uomini… comunque confido nel Dux.”
Ven Vlad alzando il tono di voce, rispose:“Quella gente è lontana e sono sicuro che sta facendo del suo meglio per tornare. Quasi tutti almeno… Ma il problema ora è qui! La guerra è qui! Se tu volessi, potresti disporre di un altro esercito, non meno combattivo del primo…”
Lo sguardo dell’Imperatore si soffermò sulla Grande Sala che lentamente si stava svuotando degli avventori del mercato mattutino.
“ I nani non scenderanno in guerra. Ho provato a valutare questa ipotesi ma… “
“…Ma loro non credono che questa sia la loro guerra.”, finì per lui Ven Vlad
“Esatto, é la guerra degli dei, dicono. Certo, potrei ordinare loro di combattere, eseguirebbero il mio ordine sicuramente, ma non lo farebbero con piacere e nemmeno con convinzione.”
“Non è la guerra degli dei! E’ la guerra di tutti! Ti prego Artemis, riunisci i Clan, ordina loro di combattere e lo faranno!”
Artemis rimase in silenzio per diversi secondi, poi guardando torvo l’imponente figura scura di Ven Vlad disse:
“Tu sei sempre stato un consigliere prezioso in passato, ma poi sei andato via e ora torni da me a dirmi come gestire la situazione ?!? Seccante!”
“Capisco il tuo punto di vista. Ma è necessario!”
“Necessario dici? Qui siamo al sicuro, quando il mio esercito sarà tornato muoveremo guerra. Perché dovrei anticipare i tempi?”
“E se… se il tuo esercito non tornasse?”
“Impossibile! Non hanno l’ordine di fare ciò! Torneranno. Sono addestrati! Sono sudditi dell’impero e sanno qual è il loro posto! Non tornare sarebbe come tradire me e loro non lo farebbero mai.”
Ven Vlad rimase in silenzio per alcuni attimi.
“Hai ragione. Non sto ragionando in base all’impero di Altarupe. La soluzione che ti ho proposto non è quella adatta in questa situazione. Ne troverò una di tuo gradimento”
E così dicendo se ne andò in silenzio, così come era venuto.
La Grande Sala era gremita e il vociare era forte e insistente.
All’ingresso dell’imperatore corni schiumanti furono alzati per brindare, da quando era giunto attraverso le gallerie di Radius si era mostrato raramente al popolo dei nani.
Artemis sapeva che i nani avevano scelto, per la maggioranza, di rimanere ad Altarupe. Tutta la popolazione era stata fatta passare per il portale di Levor, ma i nani delle città sotterranee si erano in gran parte rifiutati di muoversi in superficie per grandi distanze e verso luoghi sconosciuti.
I nani erano una razza testarda e abbandonare le loro gallerie, scavate dai loro antenati, non era una scelta accettabile.
Molti di loro erano coscienti che la probabilità di morire in quelle gallerie diventava ogni giorno più concreta, ma la decisione era già stata presa e loro non sarebbero tornati sui loro passi nemmeno se avessero potuto.
Pochi passi dietro all’imperatore veniva Ven Vlad, la sua comparsa fu accompagnata da un subitaneo cambiamento nelle disposizioni d’animo della sala.
I nani non amavano chi si affannava troppo nelle faccende degli dei, la loro razza era felicemente politeista da millenni, da molto prima che altre insulse razze toccassero le sponde del reame.
Era quindi facile capire che trovassero stupidi e ottusi tutti coloro che facevano della bandiera di un dio la loro vita. Solo il Kuzuk era davvero importante e un buon Kuzuk poteva essere insito nell’animo di un fedele di qualunque divinità.
Era proprio a causa dei nani che in tanti secoli di battaglie i territori, ora chiamati Impero di Altarupe, erano sempre rimasti neutrali nelle questioni di fede.
Dopo l’ultima guerra con Narva, però, i nani avevano cominciato ad avere una vera e propria avversione per le persone che consideravano “troppo religiose”: la guerra era costata ad Altarupe la distruzione di molti templi di Crondor, e la distruzione di un edificio costruito nei secoli a più mani da molte persone era per tutti i nani un infausto Krazak.
Da allora i chierici nani si erano ben guardati dall’essere troppo osservanti della propria fede in pubblico perché l’opinione generale si era stabilizzata sull’idea del linciaggio con una certa facilità.
E ora il loro Imperatore veniva accompagnato da un uomo di fede e questo non era un buon presagio per nessuno, nella Grande Sala.
Artemis si sistemò al centro della Sala e con voce chiara cominciò il discorso che si era preparato in anticipo:
“Sudditi, ho preso una decisione.”
Il silenzio era diventato palpabile e molti sopraccigli cespugliosi si sollevarono contemporaneamente.
“Conosco le vostre disposizioni d’animo e so che pensate tutti che la guerra che sta insanguinando la superficie non vi riguardi. Avete in parte ragione. Ma solo in parte. Gli Adra sono una minaccia per tutti, e potrebbero arrivare anche qui se lo volessero.”
Uno dei nani nelle prime file scosse la testa con decisione e Artemis lo vide.
“TU! Hai qualcosa da dire? Osi interrompermi?” e così dicendo si avvicinò al nano fino a toccarlo e un secondo dopo lo stolto era svanito in una nuvola di cenere.
“Altri vogliono interrompere il loro Imperatore? Nessuno? Bene. Stavo dicendo che gli Adra non stanno agendo di loro iniziativa: c’è un uomo alle loro spalle, un uomo che ora si fa chiamare Sovrano Immortale del Reame Incantato.”
Artemis rivolse intorno a se’ uno sguardo di fiamma.
“L’unico che può fregiarsi del titolo di Sovrano di Tutto sono io! Nessuno, ribadisco nessuno, si può permettere di usurpare ad Artemis Primo della Rocca qualcosa e poi vantarsene !!! Quest’uomo usa gli Adra per usurpare IL MIO TITOLO!”
I nani dalla sala alzarono urla di riprovazione, chiaro segno che credevano nelle parole del loro Imperatore.
“Fatemi continuare. So che al momento non siamo in grado di sconfiggere questo codardo, questo essere infimo che si nasconde alle spalle di un esercito di Adra! Questo essere ha un Krazak che rende immondo tutto ciò che tocca e per questo va eliminato! Sudditi, NOI SIAMO ALTARUPE! NOI SIAMO L’IMPERO! E l’impero in questi casi ha il suo modo di agire…”
Il piano era davvero ben congeniato e Ven Vlad si congratulò con se stesso quando vide i nani urlare di gioia agli ordine del loro Imperatore!
Echi di Guerra – Antefatto
by IL Narratore on mag.09, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 13
ANTEFATTO
Ven Vlad è il mio nome o almeno così mi faccio chiamare.
Per anni ho avuto l’onore e l’onere di custodire i vari cimiteri, conosciuti e sconosciuti.
Le leggende sul mio nome dicono che dove vi siano zone consacrate io ne faccia da padrone e dove vi sono morti io compaia.
Solo pochi e rari mortali conoscono davvero chi io sia o chi mi abbia incaricato a coprire una tale carica, ma è anche vero che nessuno ha mai chiesto di ricoprirla.
Dicono che io sia originario di Talos, ma altri sostengono che sia Altarupe ad avermi visto nascere.
Mormorano sul mio oscuro cammino, tetro e pieno di terrore, dicono che io abbia il potere di accompagnare le anime alle porte dell’oblio e di fermare il risveglio dei non-morti e chissà cos’altro…
Molti mi vedono come una figura misteriosa, con una spiccata doppia personalità, è poco incline alle questioni politiche, preferendo quelle religiose.
Vociferano che io abbia avuto una parte determinante nella rivelazione del Primigenio, divinità padre degli altri tre dei .
Nonostante tutto questo per alcuni anni sono stato il consigliere di Artemis della Rocca, Imperatore di Altarupe, poi me ne sono andato, scomparendo dalla vita del Reame Incantato.
E ora sono tornato dal mio esilio volontario.
Mi ero ritirato in un sonno di meditazione per capire, comprendere la Sua solitudine ora mia. Ciò che ho creato si è perso nell'oblio, così come ha fatto Egli.
Ma ora il Dono è tornato su Adra. E io ho sbagliato nel credere che tutto fosse perduto alle avvisaglie dell'imminente glaciazione.
Mi sono sbagliato.
Tutti stanno finalmente cominciando a mettere da parte di loro dissidi e le genti del Reame Incantato, sebbene esuli dalla loro patria, finalmente hanno deciso di unirsi per trovare le soluzioni alla fine di Adra.
Celato ai loro occhi ho seguito e osservato queste povere cose mortali durante il loro lungo peregrinare: ho visto le loro fatiche e le loro sofferenze.
Essi si sono ritrovati in balia di eventi e difficoltà che avrebbero potuto annientare chiunque: esuli nell’Impero di Ao, incalzati ad andarsene, hanno attraversato le lande ghiacciate e hanno sofferto la perdita dei loro cari per mano del freddo, nella neve e degli stenti.
Acconti nel bosco dei Tuiadri non hanno certo smesso di sperare: li ho visti!
Sono là ora, accampati intorno ai fuochi dei bivacchi, assonnati e confortati dal tepore della primavera.
Ho visto i loro cuori: sono agguerriti.
Sono stati in grado di riattivare un altro pilastro e lentamente il calore si sta diffondendo e i ghiacci si stanno sciogliendo.
Hanno messo da parte le loro diversità e adesso cercano il modo di collaborare per tornare alle loro terre, per affrontare gli Adra e per riportare questa terra al suo antico splendore.
Stanno facendo tutto questo anche se seguono vie diverse, dei diversi e diverse sono le loro razze.
E io? Io che ho lasciato le speranze fin dal primo momento credendo che fosse la fine?
Non dovrei essere io a conoscere l‘ultima scintilla così intimamente da distinguerla immediatamente?
E allora perché queste genti restano attaccate alla vita con unghie e denti mentre io ho ceduto alle lusinghe di un eterno nulla?
Ma ora ho compreso a fondo. Hanno ragione loro. Ora lo so e qualunque sia lo scopo ultimo per il quale esisto ora sono certo che in questo momento il mio dovere è quello di aiutarli.
Echi di Guerra – La differenza tra vivere e morire
by IL Narratore on apr.25, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 12
La differenza tra vivere e morire
Credevo di essere morto, ma qualcosa mi aveva risvegliato.
Ero ancora disteso nella neve e nel mio stesso sangue. Lo vedevo. E vedevo le nebbie davanti a me condensarsi in qualcosa.
Qualcosa che si stava avvicinando.
Vorrei poter credere di essere davvero morto, o almeno addormentato. Questo è un incubo. Uno dei peggiori.
Le parole di Zemekis erano vere: i Vragozar si stanno avvicinando per unirsi al suo esercito.
Ci avviciniamo.
Non corriamo, ma ci avviciniamo spediti.
Non dobbiamo correre. Non ne abbiamo bisogno. I nostri simbionti ci hanno detto ciò di cui avevamo bisogno. Sono con noi, nelle retrovie.
Loro non sono combattenti, e non sono nemmeno lavoratori.
Loro sono diversi da noi, ma in loro la diversità non è un male.
Sono secoli che ci conosciamo, siamo bravi a convivere con loro. E loro con noi. La fiducia e l’utilità reciproca ci legano. Ci fidiamo di loro perché non ci hanno mai traditi. Sono bravi. E sono utili.
Sentiamo l’odore del sangue.
Sangue umano.
Vedo Zemekis con la coda dell’occhio. Lui crede che io sia morto e non si occupa di me, troppo assorto a contemplare la sua immensa vittoria che si sta avvicinando sugli artigli affilati di quelle bestie. Vorrei potermi muovere, poter gridare, ma semplicemente non ci riesco. Vedo tutto, ma non sono in grado di cambiare gli avvenimenti. Sono uno spettatore impotente.
Vicino a Zemekis c’è una creatura strana. Mai viste prima di simili. Anche lei sembra impotente, così incatenata e prigioniera. La fisso intensamente. Vorrei che potesse vedermi e condividere per un attimo la mia disperazione.

Lei e vicina e LUI è con lei.
Vediamo la scena da tutti i nostri punti di vista insieme. Gli umani sono morti o stanno morendo stesi nella neve.
Gli altri, quelli che si chiamano Adra, sono in piedi e ci aspettano.
LUI è con loro e la tiene alla catena.
Lei ci vede e sorride.
“Arriviamo.” Le diciamo e la sentiamo dire a LUI:
“Ecco, Re Immortale, sono arrivati.”
Lui sorride soddisfatto e ci guarda avido.
Ma noi ci fidiamo dei nostri simbionti e sappiamo che va bene così.
La sento dire “sono arrivati”. La strana creatura è tranquilla, come se fosse naturale per lei essere così incatenata, come se non le importasse. Ma a me importa. E’ lei che sta consegnando i Vragozar nelle mani di Zemekis. Se avessi la forza di alzarmi potrei tentare di ucciderla e fermare così questa pazzia. Certo morirei poco dopo… ma il mio tempo è ormai troppo vicino perché la cosa mi importi davvero. Vorrei. Ma non riesco.
Siamo sparsi a ventaglio su tutto il loro orizzonte e il primo di noi attacca. L’Adra davanti a lui lo uccide con facilità.
Ma noi ora sappiamo cos’è un Adra e cambiamo per combattere meglio.
Attacchiamo, artigli pronti a ricevere il sangue delle creature rosse.
Loro cercano di ucciderci con i loro metodi magici, ma noi cambiamo più velocemente.
E LUI ora strattona la catena e urla:
“Cosè questa storia. Fai fermare quelle bestie! Perché ci stanno attaccando?”
C’è una nota strana nella sua voce. Qualcosa che non ci appartiene. Forse panico o paura, pensa lei. E sorride.
“Oh… Re Immortale… loro sono una razza con una lunga memoria. Mi dicono di dirti che non si sono scordati del Kemeres.”
Lui sembra disorientato:
“E quindi? Tu hai detto che avrebbero ubbidito agli ordini! Ordinagli di fermarsi!”
I Vragozar… Il Kemeres… Queste bestie non sono poi così stupide o manipolabili e quella creatura dai capelli verdi lo sapeva. La vedo sorridere fiduciosa:
“Ooooh…. Re immortale, non ti arrabbiare con me. Loro stanno obbedendo agli ordini! Solo che gli ordini a cui ubbidiscono non sono i tuoi!”
“Stupida! Sei tu che li comandi allora! Pensavi di fregarmi! Fermali o ti ammazzo subito!”
Lei alza le mani come a volersi proteggere dalla sua furia:
“No, Re Immortale, ti prego! Loro non seguono nemmeno i miei ordini! Loro fanno solo ciò che gli dice la Mente!”
E mai parole furono più vere.
Ma LUI non capisce.
LUI è un ignobile INDIVIDUO.
Digrigna i denti e sguaina il pugnale per colpirla, ma noi lo fermiamo attaccandolo.
Lui fugge. Ma dovrebbe sapere che non c’è fuga da noi. Noi lo cercheremo. Conosciamo il suo odore e non ci fermeremo mai.
Bugsy Fingervald ci sorride felice e noi la ringraziamo per il buon servizio resoci. Ci ha guidati da LUI, quello che ha infangato il Kemeres. Dopo che lo ha avuto in mano LUI, abbiamo dovuto abbandonarlo. Lasciarlo agli umani, perché per noi non era più adatto. Ma noi ricordiamo e lui pagherà.
Il combattimento infuria, ma non siamo fatti per combattere, non siamo lavoratori!
Non credo ai miei occhi.
Gli Adra, le creature imbattibili che stanno mettendo in ginocchio anche i presunti dei del Reame… gli Adra vengono colpiti a morte dai possenti artigli dei Vragozar!
Cadono feriti e morenti come qualunque altra creatura davanti alle bestie che per secoli hanno tenuto in scacco Velis. I nostri ancestrali nemici stanno liberando Velis. Vorrei sorridere di questa ironia, ma Velis è una terra inabitata ormai. Sarà il loro regno incontrastato. Non sarà mai più la terra dove ho vissuto. E’ giunto il momento di morire. Capisco che nulla sarà più come prima e non so dove trovo la forza per essere ancora vivo.
Gli Adra hanno tanta magia, ed è facile arginare la magia. Noi mutiamo rapidamente le nostre difese e cambiamo la composizione dei nostri artigli.
Bugsy è rimasta sola nella neve e urla scatenata:
“Voi queste creature non le conoscete, stupidi Adra! “ e ridacchia felice.
Noi facciamo il vuoto intorno a lei: uccidiamo, squartiamo e inseguiamo i superstiti.
I simbionti avanzano dalle retrovie e raggiungono Bugsy. La liberano dalle catene. Erano disposti a tutto per soccorrere la loro Mente. Erano disposti anche a combattere. Ma noi sappiamo che non sono bravi in questo. Molto meglio che continuino a fare quello che gli riesce e lascino a noi la protezione del territorio.
Così è sempre stato. Così deve essere.
Bugsy si sente vagamente offesa, forse perché la chiamiamo Mente, o forse perché dubitiamo del fatto che la sua razza sappia combattere. I simbionti sono strani.
Si sta avvicinando a me. Lei e i suoi cercano di curarmi, o almeno così mi sembra.
Ma per alcuni di noi è troppo tardi. Non credo che ci sia poi più molto da fare.
Lei si accorge che sono vivo, si avvicina e mi parla:
“Stai tranquillo. Tranquillo. I Vragozar sono qui per proteggerci. Lo so che ti sembra strano, ma non agitarti, perdi troppo sangue. Cerca di capire: Zemekis ha portato guerra ovunque e ovunque gli hanno risposto con la guerra. Nessuno vuole essere schiavo, né voi, né noi, né i Vragozar. E’ l’ora delle alleanze, umano. Chiunque vuole uccidere il Re Immortale si deve considerare alleato degli altri. Solo così possiamo vincerlo!”
Echi di Guerra – Alleanze Mortali
by IL Narratore on apr.18, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 11
Alleanze Mortali
La bufera imperversava da giorni. Fiocchi di neve grossi e pesanti volavano nell’aria scura per le nubi nere che oscuravano il cielo.
Nella grotta il fuoco era l’unica sorgente di luce ed era tenuto alimentato continuamente.
“Le scorte stanno finendo. Tutte le scorte. Sia la legna che il cibo.” Disse la sentinella rivolgendosi a Vienna.
La donna assentì con il capo, ma continuò a tenere lo sguardo fisso sulle fiamme.
“Forse dovremmo uscire per cercare qualcosa da mangiare…” Suggerì con voce stentorea, ben sapendo che uscire in quel momento significava quasi sicuramente la morte.
“Uhm… Aspettiamo ancora… Dovremmo poter resistere ancora una settimana con quello che abbiamo, se razioniamo almeno il cibo.”
“Sì, è l’unica soluzione ragionevole.”
L’uomo chiamato “La Catena” si avvicinò a loro in quel momento. Sembrava ancora in forze nonostante gli stenti prolungati:
“Posso uscire io. Posso farlo e tornare vivo e con del cibo. Sapete che posso.”
La sentinella volse lo sguardo sullo sparuto gruppo di guardie a lui fedeli e sui borgomastri infreddoliti e spaesati che si erano stretti intorno al fuoco.
“No. Non possiamo correre questo rischio. Tu sei una speranza per tutti qui. Se ci fosse anche solo la minima possibilità di perderti, il morale di tutti crollerà ulteriormente. Guardali. Guarda i borgomastri che hanno rischiato la loro vita opponendosi a Zemekis! Alcuni di loro si stanno domandando perché lo hanno fatto. Sanno che se lo avessero appoggiato ora sarebbero al caldo e al sicuro. Ma sai cosa li ha portati a fare la loro scelta? La profezia. Loro sanno che sta per avverarsi. Il compito che da sempre è a te assegnato, quello per il quale sei preparato, ha troppa importanza. Loro sperano di morire per il bene di Velis e tu lontano anche solo pochi giorni…No. Non è una buona idea.”
L’uomo vide ciò che la sentinella gli aveva mostrato. In effetti erano in una situazione disperata, ma nessuno di loro aveva ancora perso la speranza. E nessuno voleva perderla. Finché La Catena fosse sopravvissuto la speranza era ancora una vivida fiamma accesa su tutta Velis. Era così.
“Hai ragione. Ma mi costa rimanere qui inattivo ad aspettare. Aspettare cosa, poi? Sappiamo che tutti i territori sono stati attaccati. Sappiamo che la guerra dilaga ovunque. E sappiamo che parte dei borgomastri hanno consegnato la città di Velis a Zemekis… Preferirei un’azione risoluta. Usciamo e cerchiamo la minaccia che ci vuole sottomettere… Non voglio perire di freddo e fame in questa grotta. Non è questo il mio compito.”
Vienna gli si avvicinò e gli posò gentilmente una mano sulla spalla.
“Sappiamo che sei coraggioso. Ma adesso è il momento di pazientare, le cose cambieranno, vedrai.”
Una vedetta corse nella grotta all’improvviso.
“Sentinella! Sentinella! Gli Adra sono qui! Sono migliaia!”
Astoria Astartes afferrò il suo bastone e, dopo uno sguardo di intesa con Vienna e l’altro uomo, si girò verso gli altri soldati.
“Uomini, questa potrebbe essere l’ultima battaglia che sosteniamo nel nome di Velis. Ognuno di noi porterà onore alla propria patria e ai propri antenati. Non ci resta altra scelta che uscire. EX! UNITATE! VIRES!”
I soldati sembravano risoluti e come un sol uomo risposero al grido “EX UNITATE VIRES” e nascondendo in fondo al cuore tutte le paure: si prepararono all’ultimo combattimento.
Ma Astoria non aveva ancora finito. Prese per un braccio La Catena e gli sussurrò: “Tu devi vivere ad ogni costo. La tua missione è più importante della battaglia, di me e dei borgomastri. Tu devi sopravvivere. E’ il mio ultimo ordine. Non te ne darò altri!”
La Catena scosse la testa in segno di assenso e finì di prepararsi alla battaglia.
L’esiguo gruppo di soldati usci dalla grotta e si dispose in assetto da battaglia. In prima linea un muro di scudi, raffiguranti maschere e simboli provenienti dalle famiglie e dai clan delle diverse città di provenienza, creavano uno strano effetto di smorfie che irridevano e minacciavano il nemico. A reggerli i veggenti da battaglia, tesi e concentrati, pronti a scaraventare sul nemico un fiume di parole arcane, pronti a resistere all'impatto per permettere ai combattenti dietro di loro di sferrare i loro colpi. Lo schieramento era formato da un solo centinaio di uomini con a capo la Sentinella e sembravano disperatamente pochi contro il numero soverchiante degli Adra. Ciò nonostante i loro occhi erano carichi di determinazione, pronti a portare a termine fino all'ultimo colpo la scelta che avevano compiuto.
Zemeckis si avvicinò a portata di voce della grotta e urlò:
“Sei uscito, finalmente. Cominciavo a pensare che volessi morire come un topo in quel lurido buco!”
Astoria strinse i denti per non rispondere all’insulto e la sua stretta si fece più ferrea sull'alto bastone.
“Bene, non rispondi. Nessuna ultima frase per la tua lapide? Meglio. Tanto non avrai una lapide. Di voi si perderà anche il ricordo, puoi credermi!”
Gli Adra avanzavano. Lo scontro cominciò ancora prima di quanto ci si potesse aspettare.
Le Sentinella sembrava dotata di una forza sovrumana, i suoi colpi erano precisi e letali, i suoi incantesimi erano di devastante potenza. Ma gli Adra continuavano ad avanzare e le sue energie non sembravano poter essere sufficienti.
Vicino a lui sentì un grido e con la coda dell’occhio vide Vienna cadere trafitta da un fulmine, il suo sangue già si stava spargendo sulla neve.
Davanti a lui vide cadere anche innumerevoli altri, ma rimase sempre concentrato sul combattimento: parare, attaccare e ancora parare e ancora attaccare.
Poi, oltre lo schermo creato dai suoi avversari, vide anche l’uomo chiamato “La Catena”, cadere trafitto a morte e la sua concentrazione si interruppe per un solo, breve, fatale attimo.
Un Adra fu più veloce di lui e il dolore lo fece cadere in ginocchio, sputando sangue.
Cercò di rialzarsi ma venne colpito nuovamente e cadde in avanti, nella neve.
“E’ finita.” Pensò con gli ultimi attimi di lucidità.
“Velis è caduta. Altri territori stanno continuando a resistere, ma gli altri hanno l’appoggio di quelle creature che si credono divine. Forse abbiamo sbagliato. Forse avremmo potuto salvarci se Velis avesse provato a credere agli dei del Reame. La colpa è mia. Io avrei dovuto spingere la mia gente a credere e non l’ho fatto. E ora Velis è perduta…” poi il buio lo avvolse.
Durò per secondi o forse per secoli.
Poi una rude mano gli tolse il camaglio e lo afferrò per i capelli, sollevandolo quel tanto che bastava da risvegliarlo dai suoi sogni di morte e da costringerlo a vederlo in faccia.
Zemekis era lì, avvolto in pesanti mantelli immacolati dal sangue. Lui non aveva preso parte ai combattimenti. Era stato solo uno spettatore.
“Siamo alla fine Astoria. Io ho vinto e tu muori. Ma non mi basta, voglio che tu sappia tutto: gli altri territori cadranno subito dopo Velis. Non mi sono dato tanto disturbo a venire fin qui solo per vederti morire. Sono venuto a prendere il mio nuovo esercito. I Vragozar marceranno al fianco degli Adra e nessuno potrà fermarmi questa volta. Nemmeno gli dei!”
Gli occhi della Sentinella si spalancarono e un solo fuggevole pensiero gli attraversò la mente prima di cadere nel buio:
“Questo no, questo no…”
Ma già dalle nebbie sulle colline cominciavano a profilarsi delle figure in movimento che si stavano avvicinando.
Astoria Astartes, Sentinella di Velis, però non le vide.
Echi di Guerra – Zemekis
by IL Narratore on apr.11, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 10
Zemekis
La biblioteca era immersa nel buio. La flebile luce delle candele, che veniva filtrata dai vetri protettivi, dava ben poco sollievo alla vista. L’eco dei passi inquieti si perdeva nell’enormità della sala principale. Zemekis continuava a camminare avanti e indietro senza sosta, preso come da una frenesia incontrollabile, mentre davanti a lui l’essere dai brillanti capelli verdi cambiò leggermente posizione all'interno della minuscola gabbia e gli si rivolse con voce ferma:
-"Avete compreso finalmente signor Re immortale ?"
Zemekis stava fissando scuro in volto la sua prigioniera.
-"Bugsy Fingervald, non giocare con me: l'unico umorismo che tollero è il mio! Non mi interessano centinaia di dettagli tecnici, ma spiegami come diamine fate a comunicare in modo stabile con i Vragozar, e fallo in modo rapido e comprensibile."
-"Ma è quello che ho fatto nell'ultima ora! Più breve di così è impossibile! Ma comunque a che vi serve saperlo?"
L'immortale prese a camminare intorno alla gabbia con la mente persa nelle proprie congetture.
-"Pensa ai tuoi meccanismi! Cosa vuoi saperne tu del potere della conoscenza e delle problematiche per ottenerle? Io ora risiedo su un trono appartenuto ad un burattino che si proclamava il prescelto; solo ora che ho accesso alle informazioni più nascoste di questa biblioteca mi rendo conto di quanto potere le corporazioni abbiano utilizzato in segreto per tutti questi secoli!"
Il sovrano si soffermò rivolgendosi all’essere e notando il suo sguardo interrogativo venne colto da ulteriore irritazione.
-"Ed ora che IO detengo quel potere, COMUNQUE non riesco a completare i miei propositi! Nemmeno con l'ausilio del tremendo potere Adra!"
Zemekis sputò con rabbia le ultime parole accompagnandole con un calcio sulla gabbia, Fingervald se ne rese a malapena conto: ora era improvvisamente attenta ed interessata alle parole del suo aguzzino.
-"Proprio quello! Davvero non ho capito come fai a controllare quegli individui: hai degli accordi di qualche tipo o un congegno particolare?"
Gli occhi della creatura brillarono alle ultime parole e l'immortale sorrise lievemente, riprendendo a camminare intorno alla gabbia.
-"Stolta, è impossibile avere reali accordi con gli Adra o controllo sulla loro volontà, ma ti basti sapere che essi seguiranno il mio volere in futuro come lo hanno fatto negli ultimi mesi."
L'espressione di Zemekis si fece seria nel ripensare agli ultimi avvenimenti.
-"Già… Grazie a loro è stato semplice usurpare questo posto e quando tutte le difficoltà mi sembravano ormai superate, ecco che ne spuntano di nuove proprio dove non me le aspettavo."
L'immortale continuò a parlare, perso nelle sue preoccupazioni, anche se l'unica ascoltatrice possibile aveva perso il proprio interesse dopo appena poche parole.
-"Non posso accontentarmi di avere le stesse conoscenze delle corporazioni; mi serve anche poco di più per pretendere il loro rispetto. Mi sarebbe bastato cercare tra le macerie di luoghi finora inaccessibili… Faux, castello dell'Eterno, il santuario della Dama della Laguna e della Signora dei Serpenti… Qualcosa di interessante lo conservano per forza!"
Zemekis sferrò un pugno alla gabbia.
“Non risolvo nulla continuando a camminare qui. Devo dormire.”
Prese la direzione delle scale e si avviò verso la camera che aveva scelto come sua.
<I Cacciatori che si aprono a ventaglio e accerchiano gli Adra … Un suono ancestrale che il mondo conosceva da prima della venuta delle altre razze; un suono lungo e cupo che sembrava salire fino alla Luna…. Zanne, artigli, spade e poi LUI!>
<…Una mano lasciò le redini e sollevò l’elmo dal volto…. l’arma al cielo e dopo un attimo conficcata profondamente nel terreno fino all’elsa e di nuovo la terra fremette e il terreno cedette davanti a Lei creando una enorme fenditura che attraversò le rovine della Città… Corna, ali, zanne, ogni tipo di arma e poi LORO!>
<Il ghiaccio della laguna che si spezza e le scaglie che scintillano… Le nuvole che si squarciano e la luce abbacinante che comincia a filtrare e li illumina… Piume candide e armi lucide… LORO!>
< Lunghe orecchie e segni azzurri sul volto… L'acqua che si era raccolta, in attesa di spazzare via con impeto gli invasori… Il rumore degli zoccoli si faceva più imponente ed ecco che comparivano… LORO>
Il risveglio non fu certo dei migliori, ma con passo deciso tornò dalla sua prigioniera che scuoteva il capo infastidita dal suo sproloquio che la distraeva da importanti meditazioni.
-"Per quanto fieri e agguerriti i Sairax non sarebbero stati un problema per gli Adra, ma da dove diamine è spuntato QUEL mostro! Ancora non ho saputo niente di sicuro sull’esito della battaglia al castello dell'Eterno… Come se non bastasse quella strega ha aperto una voragine che sta ancora vomitando entità impossibili dagli abissi e dall'altro lato stanno grandinando stramaledetti angeli!
Il sovrano sputò qualche imprecazione e si lasciò cadere su una sedia vicina con aria stanca.
-"Me lo merito… ebbro del potere Adra ho sottovalutato le reazioni di quelle entità quando vengono messe alle strette! Il tempo stringe e non posso permettermi altri errori."
Dopo qualche attimo di silenzio un lieve sorriso tornò sul volto dell'immortale.
-"Ma non tutto è perduto. Quegli individui hanno reagito in modo smodato ad una aggressione ingiustificata degli Adra dopotutto. Potrebbe essere una buona occasione per mostrare loro quanto generoso e comunicativo possa essere il nuovo sovrano del reame incantato. E’ impossibile che il mio nome sia stato coinvolto in quegli attacchi… Anzi, potrei offrire di aiutarli ad affrontare queste crudeli aggressioni degli spietati Adra!"
Bugsy, nella sua minuscola gabbia, completamente estranea al monologo dell'uomo, scosse con tristezza il capo nel notare la pessima fattura tecnica della propria prigione metallica e prese a pensare a come migliorare un simile grezzo sistema di detenzione.
-"Torniamo a noi ora, ti ho fatta catturare per un motivo. C'è ancora un posto che deve subire le attenzioni degli Adra ed è giunto il momento di incontrare un vecchio amico… Questa volta però preferisco andare sul sicuro, coinvolgerò in quell'attacco anche i Vragozar e tu ora mi dirai in poche parole come comunicare con loro o ti garantisco che le sofferenze che patirai entreranno nelle leggende della tua razza."
Echi di Guerra – Battiti
by IL Narratore on apr.04, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 9
Battiti
Vagando svogliatamente sui tetti osserva la vita che rifluisce ai piedi del castello dell’Eterno.
I suoi occhi, verdi come gli smeraldi, vedono che essa arriva da ogni parte:
terra, acqua e cielo brulicano di creature.
Le orecchie, dal pelo nero come la notte, sentono che il rumore è tutto intorno: un rombo a volte sordo, a volte acuto ed incessante.
Praticamente ogni essere sembra dover lanciare un proprio urlo di battaglia: gli insetti ronzano, le piante scuotono rami e fronde, i centauri suonano nei loro corni e i Reillond pizzicano le loro lire mentre uccelli di ogni forma e colore cinguettano o gracchiano indistintamente; l’acqua dei ruscelli scorre tumultuosa e il vento, insinuandosi tra gli alberi e nelle piccole fessure delle mura, crea strani suoni ululanti.
Gli Adra all’interno del castello sembrano indecisi. Non danno battaglia, ma non sembrano nemmeno intenzionati a fuggire attraverso i portali magici.
Controllano la situazione dall’alto delle mura, indecisi, in attesa di ordini che sembrano non arrivare.
Rimangono asserragliati dietro il grande cancello chiuso da pesanti grate di metallo, ma gli uomini albero hanno già iniziato a tempestarlo di colpi con la ritmica pacatezza di chi sa di avere secoli a propria disposizione. Nel frattempo i centauri e i reillond hanno cominciato a scagliare nugoli di frecce al di sopra delle alte mura, ma sono colpi che, anche se mortalmente precisi, vengono avvertiti solo marginalmente dagli Adra. Insetti e uccelli continuano a pungere e beccare quello che riescono.
L’assedio continua imperterrito. Da giorni. Inutilmente.
All’improvviso il gatto nero dalla piccola macchia bianca sul collo, smette di vagare sui tetti e salta nel bel mezzo del cortile.
Leggero e silenzioso, come solo un felino sa essere, si dirige indisturbato e inosservato verso il cancello, arriva vicino alla grata e prende vivacemente a fare le fusa, guardando gli enormi uomini albero con i suoi scintillanti occhi.
Attraversa le strette grate senza nessuno sforzo e si arrampica agile su uno dei Manofoglia che subito si immobilizza.
Ad uno ad uno i grossi alberi cominciano a produrre strani suoni di legno contro legno e si spostano ai lati del cancello.
Il gatto salta nuovamente a terra e continua il suo percorso attraverso l’erba alta, distratto ogni tanto solo dal volo di una solitaria farfalla.
Si avvicina alle schiere dei Reillond e dei Centauri, impegnati a scoccare incessanti nubi di frecce, cominciando a sfregarsi sulle loro gambe e zampe, miagolando insistentemente.
Quando si accorgono di lui si fermano come un sol uomo, immobilizzandosi in religioso silenzio.
Il gatto prosegue il suo cammino, zampettando felice nell’erba che a poco a poco lascia il posto al fango dei terreni confinanti con il bosco ghiacciato.
Quando arriva al bianco strato di neve si ferma circospetto e immerge una zampa scuotendola subito dopo con fare indispettito.
Riflette ancora qualche attimo e poi avanza nella neve, si inoltra verso il bosco formando una scia di piccole, ma chiare, orme. Se ne va tranquillo lasciando dietro di se un surreale ed immoto silenzio.
Meno di qualche minuto e dal bosco compare l’Eterno seguito da quello che sembra un esercito brulicante di ali, zampe, pungiglioni e zanne.
Le creature sono migliaia e sopravanzano velocemente Democrites andando a posizionarsi ai piedi delle mura: sono una schiera compatta di creature insetto, alcune aggraziate come farfalle, altre feroci come vespe o velenose come ragni. I due esseri più grandi rimangono al suo fianco mentre l’esercito sciama.
La moltitudine di creature si arresta sotto le mura in attesa mentre l’Eterno si avvicina.
In quel mentre Haydeè prende il volo sopra l’esercito, mentre Ardeth si schiera di fronte.
Giunto davanti ai cancelli chiusi del suo castello la sua voce risuona forte come il vento di tempesta:
RICONOSCO LA VOSTRA INFIMA RAZZA, ADRA.
SO CHE CONOSCETE TUTTE LE CREATURE VIVENTI E GRAZIE A CIO’ AVETE OTTENUTO IL POTERE DI DISTRUGGERLE FACILMENTE.
MA ANCORA NON CONOSCETE GLI ITHIN E GLI ASHKRA!
E così dicendo volge il braccio ad indicare la schiera di inconsuete creature che al suo movimento cominciano ad arrampicarsi veloci sulle mura.
Una schiera di arti e zampe pelose che per alcuni minuti sommerge i sassi delle mura, rendendoli invisibili sotto la massa brulicante.
In pochi instanti i rumori della battaglia giungono feroci dalla corte del castello e poi le pesanti grate del cancello cominciano a sollevarsi e i centauri , i Reillond e Manofoglia si riversano all’interno aggiungendosi allo scontro.
In alcuni punti gli Adra sono avvolti in pesanti ragnatele mentre altri sono ricoperti di grosse tumefazioni violacee dovute a pungiglioni e zanne velenose.
I centauri cominciano a caricarsi in groppa gli Adra tramortiti e con furia li trasportano all’esterno delle mura. Sono i più fortunati, altri sono sollevati dalle creature volanti e lasciati cadere da grandi altezze direttamente nel bosco innevato.
Gli Adra sono increduli! Sono quasi impotenti di fronte a quella strana e sconosciuta razza che mai prima si era vista nel mondo.
Nonostante ciò la battaglia infuria per ore prima che anche l’ultimo invasore sia cacciato.
Alla fine tutte le creature si ritirano lentamente, rimanendo accampate all’esterno del castello.
La corte interna è silenziosa e solo le macchie di sangue che insozzano alcuni punti, le frecce sparse per terra e i resti delle ragnatele testimoniano il terribile scontro appena avvenuto.
Il Cuore del Castello continua a battere, incessante.
E un gatto nero, con una macchia bianca sul collo, vive sui tetti.
Echi di Guerra – Risvegli
by IL Narratore on mar.28, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Risvegli
Una macchia rossa in mezzo alla foresta innevata. Si muovono calpestando i cespugli resi fragili dal ghiaccio. Distruggono senza passione e senza furore. Divorano il mondo come se ne fossero i soli abitanti, senza sosta.
Sono un male mosso dalla mano di qualcun altro. Qualcuno che brama un potere infinito e che non gli spetta.
Il castello sembra un miraggio, in cima al declivio.
Il freddo sembra non raggiungerlo: i muri sono ricoperti di edera e lungo il fossato le giunchiglie sono in fiore, mentre poche centinaia di metri più in basso il mondo muore nel candore del gelo.
Gli Adra si avvicinano decisi, senza fermarsi a notare l’eterna primavera che sembra cantare una canzone di gioia nella brezza tiepida. Varcano i cancelli del Castello dell’Eterno senza timore e sono pronti ad attaccare il loro nemico.
Alcuni provano uno strano sollievo: il luogo sembra deserto e lì diventa difficile pensare alle sanguinose battaglie che si stanno svolgendo altrove.
Meticolosi gli invasori cominciano a perlustrare i saloni, le biblioteche, le camere e le cucine. Nessuno.
La sola ombra di vita è un gatto nero e solitario che li guarda con i suoi occhi gialli dagli alti tetti delle scuderie.
Per il resto tutto è immoto e un leggero strato di polvere si è posato sul mobilio.
Tendono le orecchie, in ascolto: un lontano battito pervade il luogo.
“Il Cuore del Castello!” Sussurra uno di loro. “Dobbiamo cercarlo e portarlo al Consiglio! Ne saranno soddisfatti!”
Di nuovo gli Adra si dividono, ispezionando il castello fin nelle sue profondità.
Finalmente lo trovano, ma è irraggiungibile, chiuso in una morsa insormontabile di magia morta.
I sussurri degli invasori si fanno frustrati e iracondi. Si allontanano, tornano nel cortile esterno. Alcuni di loro andranno a riferire, gli altri rimarranno a presidiare il posto.
Una macchia rossa esce dai cancelli mentre gli altri li osservano dagli spalti sulle alte mura.
Una leggera brezza tiepida si solleva. Porta profumo di fiori e lentamente il ghiaccio si scioglie attorno ai pendii della collina.
Ed ecco che gli alberi drizzano i rami, scuotono la neve e le fronde rinascono e rifioriscono.
Ma la macchia rossa non si commuove dinnanzi al miracolo della natura. Mentre parte degli invasori guardano dall’alto, gli altri avanzano sul limitare del bosco continuando la loro marcia di distruzione, estirpando e calpestando, dilaniando quella bellezza con efficienza. Senza sentimenti.
Ed ecco che quel bosco desolato e morto si rivela in fondo un crogiolo di vita.
Ecco che gli alberi si sollevano da terra, spostandosi al loro passaggio quasi con rispettoso timore.
Ecco che un essere umanoide, con grandi e colorate ali di farfalla, esce dal suo nascondiglio e con lacrime di rugiada sembra implorare pietà.
Ecco che l'acqua cessa di scorrere, come se il fiume stesso si inchinasse al loro passaggio.
Gli Adra accelerano il passo, con rinnovata presunzione.
Distruggono. Calpestano. Divorano.
Una musica, lentamente, si fa timidamente sentire. Una musica dolce e triste che accompagna la devastazione degli Adra. Il motivo, lentamente sale di volume.
Ecco che gli Adra incontrano l'origine della musica: lunghe orecchie e segni azzurri sul volto, i loro occhi tristi e spenti più simili ai felini che non agli uomini.
Suonano a testa bassa in segno di rispetto.
I pochi animali che sono sopravvissuti al gelo si muovono appena, osservando con tristezza il rosso esercito di distruzione.
In lontananza si ode il calpestare di zoccoli in fuga.
Persino il sole si adombra, come se avesse perso la speranza di illuminare quel luogo destinato alla morte.
Il vento cessa del tutto.
Gli Adra si fermano quando una voce, potente come il tuono si ode tutto attorno a loro:
"NON POTETE PROSEGUIRE.
LA VOSTRA STOLTEZZA SI FERMA QUI.
IO SONO IL SIGNORE DEL TEMPO.
IO SONO IL SIGNORE DELLA NATURA
SOLO IO, TRA GLI DEI, CAMMINO SU QUESTA TERRA.
E QUI VOI VI FERMATE."
Le urla di dolore arrivano immediatamente: gli Adra dal bosco si voltano a guardare il castello e vedono i loro compagni attaccati.
Forti mulinelli di vento sollevavano le rosse vesti verso il cielo, scagliandole lontano, riprendendole e di nuovo trasportandole come tanti petali purpurei lanciati nell’aria.
Altri invasori sono avvinghiati nelle velenose edere che si staccano dai muri e che ora attaccano senza pietà.
Nuvole di neri insetti ronzano minacciosi su tutto il castello come veli impenetrabili di pungente furore.
La delegazione cerca di risalire il pendio, ma qualcosa glielo impedisce.
Gli Alberi non si stavano spostando per lasciarli passare.
Stavano stringendo i loro viticci attorno agli Adra, per bloccargli la fuga.
La creatura alata non piangeva per un sentimento di pietà.
Le sue lacrime erano versate in armonia con quello che stava per accadere.
L'acqua, invece, si era solo raccolta, in attesa di spazzare via con impeto gli invasori.
I Reillond della Casta dell'Acqua non suonavano per tristezza.
La loro musica triste e malinconica accompagnava la venuta delle altre caste, che con risolutezza si facevano strada tra i viticci per fronteggiare gli Adra.
La musica si trasformò da triste a fiera.
Crebbe di volume quasi da sfondare i timpani….. e poi il silenzio.
I Reillond avevano suonato il loro capolavoro: Il Requiem per gli Adra.

Il rumore degli zoccoli si faceva più imponente ed ecco che i centauri facevano la loro comparsa. Nessun animale in fuga. Ma beate e armoniose creature leggendarie in carica.
I suoni e gli spiriti della natura si erano risvegliati.
Così gli Adra sarebbero caduti. Nel pieno dell'armonia di quel luogo.
Se un Adra nel cuore della foresta grida di dolore, qualcuno può udirne il suono?
Echi di Guerra – Giustizia Alata
by IL Narratore on mar.21, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Ogni quadrato aveva davanti uno Spirito di Luce.
La Dama della Laguna volgeva le spalle al suo esercito e con un breve cenno del capo si rivolse al Drago che subito spalancò le ali e si sollevò, non prima, però, di aver ghermito un Adra tra i suoi possenti artigli.
La dama parlò:
IO SONO LA LUCE DI MORGAM SU QUESTA TERRA.
PENSAVATE DI VENIRE NEL MIO TEMPIO E DI DISSACRARLO SENZA CHE OPPONESSI RESISTENZA
PENSAVATE CHE NON CONOSCESSI CHE INFINITA PIETA’ E RISPETTO PER LA VITA
ORA SCOPRIRETE CHE ANCHE IL LUCENTE CONOSCE LA GUERRA!
A queste parole il corpo dell’Adra, cadde martoriato e sanguinante, ai piedi della Dama che lo fissò per un breve istante.
Le Valchirie avanzarono a passo di marcia e a ranghi serrati verso i nemici: i loro passi, seppur aggraziati, emettevano un suono sordo e tanto potente da far tremare la terra.
Gli spiriti di luce presero a scintillare come tanti fuochi e molti Adra rimasero abbagliati a guardarli, come ipnotizzati.
Le Valchirie, a quel punto, lanciarono il loro urlo di guerra e accelerarono la marcia che diventò un’imponente e fulminea carica con cui in pochi secondi raggiunsero gli Adra, ancora storditi, colpendoli con una forza inaudita.
Il primo colpo di martello era stato inferto. Lo scontro era iniziato.
I sentimenti dei fedeli di Morgam che assistevano alla battaglia erano dei più disparati: c’era chi avrebbe voluto essere là per combattere, chi provava grande pena per la battaglia e infine c’era chi non riusciva a credere che anche la Dama della Laguna avesse infine preso parte allo scontro.
La statua del Drago Dorato continuava ad incitare e rassicurare i fedeli:
“Fortificate i vostri cuori. Siate puri ed onorevoli, ma non vacillate nelle vostre convinzioni: gli Adra sono una razza infida e maligna che da sempre non rispetta gli dei. Devono essere fermati se volete un giorno rivedere la vostra terra, non da schiavi, ma da esseri liberi!”
Intanto la battaglia continuava e gli Adra colpiti si rialzavano incessantemente. Anche se in maniera molto lenta, tornavano sempre in piedi, la lotta sembrava non avere fine.
Da quando la carica delle Valchirie era cominciata, il Drago d’Oro non aveva mai smesso di lanciare forti ruggiti alternati a acuti stridii. Ad un tratto si zittì, un ghigno comparve sul suo muso ed emise un basso e gutturale ruggito pieno di soddisfazione perché finalmente le vide…
Si avvicinavano lente, scendendo sulla laguna ghiacciata. Immense montagne sospese. Le più piccole erano ognuna una cittadella fortificata, mentre la più vasta, sembrava un’immensa città letteralmente sospesa nel vuoto.
La statua d’oro parlò ancora:
“Il giorno della vendetta è arrivato! Da sempre provano risentimento per gli Adra. Trattati come cavie, plasmati e torturati migliaia di anni or sono, ma la mia razza non dimentica!
Hopacka ha risposto al mio grido di guerra! Oggi per loro è un giorno di grande gioia, il giorno per il quale si sono addestrati per millenni!”
Le piccole fortezze atterrarono con grande frastuono nella laguna, rompendo e sollevando i ghiacci mentre i ponti levatoi venivano abbassati e l’esercito dei draconiani cominciava a schierarsi e ad avanzare.
Erano ricoperti di scintillanti scaglie di tutti i colori possibili, avanzavano feroci e determinati per aggiungersi allo scontro ed assaporare la vendetta a lungo attesa.
Sulla grande piazza, che si era trasformata in un campo di battaglia, si vedevano svettare le ali dell’elmo della Dama.
La sua perizia era senza uguali e il martello a due mani vorticava intorno a Lei.
Ad ogni suo colpo un nemico cadeva, ma nonostante ciò l’esito continuava a rimanere incerto. Lei, di certo, non poteva non rendersi conto che, nella furia della battaglia, le armi dell’esercito celeste non erano più scintillanti, ma opache per il sangue che andava rapprendendosi, mentre le candide piume delle Valchirie si sporcavano in quella feroce battaglia.
La Dama era circondata da molti Adra quando lanciò un grido penetrante: il Drago le atterrò a fianco schiacciando i nemici con la sua mole.
Lei salì agile sulla sua groppa e di nuovo si alzarono verso il cielo.
Con gli occhi pieni di lacrime per i suoi fedeli che stavano combattendo e morendo, afferrò il martello con entrambe le mani e lo scagliò verso il cielo talmente forte che arrivò così in alto da scomparire alla vista.
Un punto di luce, forse lo scintillio di un raggio di sole sul metallo, lo rese di nuovo visibile mentre ricadeva.
Ma l’arma non cadde vorticando, bensì scese accompagnata da un enorme angelo sfolgorante.
Eon si avvicinò al drago e porse deferente il maglio alla Dama.
“Mia Signora, Eon guiderà il vostro schieramento alla vittoria! PER MORGAM, MEA LUX!”
A quel grido dal cielo caddero migliaia di fulmini che colpirono inesorabili gli Adra. Le tuniche rosse non fecero nemmeno in tempo a rialzarsi che un’intera legione di Angeli era già su di loro.
Echi di Guerra – Lampi di Luce
by IL Narratore on mar.14, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
La funzione era sommessa e molti fedeli preferivano pregare da soli in diversi angoli della grande tenda adibita a tempio.
Una scintillante statua in marmo bianco, raffigurante il Grande Drago d’Oro, era posta in cima all’altare e quando prese a muoversi quasi nessuno se ne accorse.
“miracolo… Miracolo… MIRACOLO!”
I fedeli si avvicinarono curiosi ed intimoriti.
La statua parlò con voce profonda:
“La Dama vede i vostri cuori e sa che sono pieni di preoccupazione. Faux e Città del Serpente sono stati attaccati dagli Adra, ma Ella, nella sua calma Prudenza ha trovato lecito aspettare l’evolversi degli eventi.”
La visione arrivò inaspettata.
Tutti videro come se si trovassero contemporaneamente in due luoghi, seppero con certezza che ciò che vedevano era reale: il tempio aveva alte cupole dorate illuminate dai brillanti raggi del sole e i muri erano coperti di fiori che non soccombevano alla glaciazione, in netto contrasto con la laguna che era ghiacciata e immota.
La statua del Drago d’oro continuò a parlare e la voce sembrava giungere fin nel profondo delle loro menti, diretta ai loro cuori:
“Ora anche il Grande Santuario a Città sull’Acqua è attaccato dagli Adra e Morgam nella sua infinita Giustizia non accetterà che la terra di Ran, che in passato ha già tanto subito, soccomba anche a questa nuova disgrazia. Il Titano di Luce, con la sua Forza, non accetterà che il suo tempio venga invaso, saccheggiato e devastato da queste creature senza fede e senza ideali.
L'Aquila Sovrana è Rispetto per la Vita, ma non è mai passiva accettazione delle cose! Dobbiamo saper distinguere una guerra degna di essere combattuta, quando questa si presenta a minacciarci! Noi, difensori della Dama, non siamo certo inferiori per numero, per forza o per Coraggio a nessun altro. Fedeli alzate i vostri martelli e cantate la vostra Fedeltà a Morgam: I cieli si stanno aprendo anche per voi!"
Il sole splendeva sul tempio, ma anche sui rossi mantelli degli Adra che lo stavano assediando.
Gli attaccanti battevano furiosi contro i portali splendenti, producendo un sonoro e ritmico battito, ma il tempio rimaneva chiuso nonostante i portali cominciassero a creparsi sotto la furia dell’assalto.
Con uno scricchiolio come di vetro infranto, lentamente le fenditure si allargavano e il suono si faceva più alto e repentino.
Poi un forte rumore sovrastò quello provocato dagli attacchi degli Adra e quando essi volsero lo sguardo verso l’acqua videro la fonte di quel suono: la spessa lastra di ghiaccio che copriva la laguna si era spezzata e da essa un’enorme bestia ricoperta di lucenti scaglie d’oro stava emergendo lentamente.
Era immensa, continuava a fuoriuscire dalle gelide acque come se la sua mole fosse senza fine.
Quando il dorso fu libero, lentamente, spiegò le possenti ali, coprendo la vista da un orizzonte all’altro con le scintillanti membrane. Poi la testa puntuta si erse e il suo ruggito fece fremere l’aria e sollevò la neve tutto intorno al tempio.
Gli Adra si immobilizzarono a guardare il drago che si levava in volo: con pochi battiti d’ali si erse altissimo e cominciò a ruotare minacciosamente intorno al tempio.
Dopo nove giri in cielo il drago scese in picchiata verso il basso, la sua ombra copriva quasi tutto il cielo quando si fermò di colpo, librandosi con potente grazia, all’altezza della torre più alta del tempio.
Lassù in alto, minuscola per la lontananza, ma splendente di luce, apparve la Dama della Laguna, con i lunghi capelli dorati parzialmente coperti da un elmo scintillante piumato di bianco.
Il suo salto verso il collo del drago sembrò un volo senza peso.
Insieme gli esseri divini volteggiarono sulle guglie del tempio e poi la Dama alzò al cielo il suo martello. Dopo un attimo d’immoto silenzio, la donna e il drago, all’unisono, lanciarono un urlo acuto e infinito, che continuava a salire ottava dopo ottava come se dovesse squarciare il cielo.
E il cielo si squarciò davvero in risposta a quel suono: le nubi si allontanarono, il sole splendette come mai aveva fatto prima e infine anche il blu del cielo venne avvolto dall’abbacinante luce bianca che pioveva spietata verso la terra.
Abbagliati gli Adra chiusero gli occhi.
Fu un solo attimo ma quando li riaprirono il drago era lì, davanti a loro e la Dama era in piedi davanti al suo tempio.

Sorrise fulgida e radiosa, di un sorriso che prometteva Pietà per i loro cadaveri.
Il sole splendeva sugli schinieri e sui bracciali lucenti, l’elmo piumato da vicino rivelava grandi ali bianche, e gli occhi azzurri erano fissi verso l’alto, ignorando il nemico.
Improvvisamente neve bianca e soffice cominciò a scendere sulla piazza.
Non era fredda e non era neve.
Migliaia di piume insieme ad un canto alto e melodioso annunciavano l’arrivo delle Valchirie.
Davanti a loro splendidi nell’immenso fulgore gli Spiriti di Luce guidavano la discesa.
La visione sfumò e la statua di nuovo parlò ai fedeli nel tempio: “La guerra è arrivata anche a Città sull’Acqua! Ma voi, fedeli di Morgam, non dovete temere. Che la vostra terra rimanga Integra come la vostra fede!”
Echi di Guerra – Nemesi
by IL Narratore on mar.07, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
NEMESI
Alberi centenari dai tronchi crepati, in cui il gelo si è insinuato con dita mortifere, mi danno la desolata sensazione di camminare in un cimitero.
A tratti spuntano ossa spolpate di grossi animali, pulite e bianche, sulla neve ancora macchiata di rosso del loro sangue.
I nostri passi spezzano la crosta di ghiaccio lasciando tracce nette sul manto candido. Tracce che nessuno potrà seguire poiché non c’è più nessuno qui.
Democrites è avvolto nel suo pesante mantello di lana grigia e la sua espressione è di cupa soddisfazione mentre mi guarda.
“Haydeè” mi chiama “questi luoghi stanno morendo rapidamente. La vita è flebile tutto intorno a noi, dobbiamo tornare alla mia dimora, lì il cuore del castello ti terrà calda mentre attendiamo gli altri”
Sorrido felice alla prospettiva del tepore e le mie ali vibrano di gioiosa attesa!
“Sì, andiamo a casa! Io non l’ho mai vista, ma sono sicura che sarà un buon posto per aspettarli!” poi rifletto un attimo
“No giovane Haydeè, non prenderà parte a questa guerra: questo scontro non ha attrattive per lui… è impotente di fronte a questa situazione!”
Finchè io sarò qui Imperius non verrà!”
Lo guardo sollevata. L’altra sua metà non mi piace!
“Vengo considerato saggio, piccola Haydeè, proprio perché lo sono. Ho visto i millenni accalcarsi uno sull’altro in questa terra e so che l’immobilità alla fine è come la morte: servono sempre degli sconvolgimenti perché la Storia progredisca!”
Si ferma per un breve attimo:
"…e comunque fermare la minaccia non vorrebbe dire fermare la guerra. Gli Adra sono stati chiamati a combattere e non si fermeranno finchè non saranno richiamati… e su di loro non ho potere, come tu ben sai!"
Scuoto frenetica le grandi ali e imbroncio il viso: “Non è giusto!”
“No, non lo è! Facciamo in modo che almeno sia equo!”
Si ferma a riflettere un istante:
“Temo che tu non abbia afferrato il punto: ogni nuova cosa porta cambiamenti. Questo scontro sta portando non solo cambiamenti nei territori ma addirittura nella stessa essenza della Vita. Nuove razze, che finora vivevano in altri luoghi o in altri tempi o che addirittura, come te, non esistevano… il mondo sarà molto diverso dopo…”
E così dicendo indica l’orizzonte da dove una creatura verde e nera si sta velocemente avvicinando.
“Stai per conoscere tua sorella.”
Osservo timorosa Ardeth, mia sorella e nemesi. Siamo umanoidi entrambe, questo è certo, ma le somiglianze finisco qui. Lei è alta, nera e pelosa. Dalla sua schiena escono otto temibili zampe e i suoi occhi verdi lasciano intendere che il veleno scorre nelle sue vene.
Lei e io siamo state create da Teldon, entrambe siamo ad immagine di quelle piccole creature che il gelo sta inesorabilmente spazzando via. Siamo potenti. Siamo semidivine… lei è fatta per uccidere e io sono fatta per creare.
“Andiamo figlie!” Ci dice l’Eterno incamminandosi verso la Sua dimora. “Dobbiamo raggiungere il castello il prima possibile. Sento che la guerra già infuria sia a Faux che a Città del Serpente. Tra poco gli Adra raggiungeranno anche noi e abbiamo molte cose da fare nel frattempo: un esercito da creare, creature da richiamare e vecchi amici da risvegliare. Andiamo.”
Noi lo seguiamo. Mentre camminiamo continuo a guardare mia sorella: così diverse eppure complementari, Noi, ultime creazioni divine su questo mondo già vecchio. Penso al Tempo e alla Storia e temo che il nostro compito non si fermerà quando questa guerra sarà finita. Se vinceremo saremo vive in una terra morente. Se vinceremo dovremo ricostruire, ripopolare. Vorrei poter credere in un futuro felice per me e per i miei molti figli… vorrei poter vedere un mondo dove la primavera tornerà ciclicamente a trovarmi, dove poter istruire i fedeli di Teldon su tutte le cose che già so, sebbene io sia così giovane di fronte all’Eterno.
Ma quel futuro è lontano ora e non oso pensare a quello che potrebbe essere se gli Adra avessero il sopravvento.
Ma questo non accadrà… Io ed Ardeth lo impediremo.
Io lo credo!
Echi di Guerra – La marcia del sangue
by IL Narratore on feb.27, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 4
LA MARCIA DEL SANGUE!
“Fedeli di Crondor! E’ Guerra!!! LODE A CRONDOR!!
Non la Guerra che da molti secoli attendiamo, non la Guerra Santa che purificherebbe il mondo da Dei indegni.
Questa è la Guerra dei vili, degli ignobili Adra che hanno congiurato da sempre nell'ombra e ora osano l’impensabile. Osano attaccare la Nostra Signora!
Noi che siamo lontani dal campo di battaglia non rimaniamo inermi, che Atos ci divori se i nostri cuori dovessero venir colti dal dubbio della sconfitta!
Fate si che il terreno sia imbevuto del sangue dei fedeli, che scenda in profondità, affinché gli Abissi se ne nutrano e ne traggano forza!
PRO ERA SERPENTIUM!… AD VICTORIAM!”
La lama nella mano del sacerdote saettò verso la sua stessa giugulare tranciandola di netto, insieme a lui migliaia di lame fendettero polsi ed il sangue, copioso, si riversò sul terreno consacrato.
"LODE A CRONDOR!"
Le visioni arrivarono repentine.
Il cielo era sempre nero e viola sopra il campo di battaglia che solo pochi giorni prima era una città e che ora era una desolazione composta da corpi e macerie.
Grovigli di combattenti erano ovunque: adra e demoni avvinghiati in strette mortali. Gli adra erano inferiori di numero ma ogni loro colpo portava alla morte un dojin, un baaling o uno shernak.
Le creature degli abissi lottavano senza scomporsi alla vista dei simili caduti e la loro furia rimaneva immutata, ma non risolutiva.
La situazione andava peggiorando e i nemici si facevano sempre più vicini ai cancelli del tempio.
Nel recinto la Signora si muoveva irrequieta sul suo destriero, arrivava sempre vicinissima ai cancelli senza varcarli e urlava con voce acuta e mortale la sua frustrazione:
“CHE VENGANO A ME SE VI RIESCONO!”
Ma la situazione si protraeva da giorni: da un lato gli Adra non cedevano, dall’altro gli abissi continuavano a vomitare demoni.
Ad un tratto la Signora si fermò, come una statua rimase immobile, in ascolto: dal tempio un inno solenne e glaciale si allargò sui campi di battaglia e una lenta processione strisciò dai portali.
All’inizio, nero su nero, le presenze sembrarono comparire come dal nulla, poi lentamente gli albini nelle loro vesti scure, con i volti pallidi incorniciati dai paramenti fecero ala ai grandi portali: la Voluntas Crondoris comparve per prima, mascherata e ingioiellata nelle sontuose vesti e visibile anche nella poca luce del cielo plumbeo di pioggia e ali nere.
Dietro di lei le sue sorelle comparvero, magnifiche e composte nei loro grandiosi abiti di broccato, serie e compunte per l'officiare di un rituale.
Le sette figlie si disposero davanti alla Signora e aspettarono immobili un suo cenno.
Lei scese da Atos e volse il suo sguardo sulle Figlie che si inchinarono profondamente e rimasero in attesa mentre gli albini continuavano incessantemente ad intonare un canto velato.
“PROCEDETE! MA LA MIA VOLONTA’ RIMARRA AL MIO FIANCO.”
La Voluntas Crondoris per un attimo si bloccò come se stesse per pronunciare una preghiera di obiezione.
“NON PREGARMI. UBBIDISCI.”
La Voluntas Crondoris si mise al fianco della Madre, gli occhi parvero opachi sotto la maschera mentre la sua anima volava lontana per raggiungere le menti di tutti i fedeli.
"Guardate, fedeli di Crondor, osservate quello che sta per succedere e ricordate: mio è il sacrificio ora. Io rimarrò al fianco della Signora dei Serpenti per voi tutti."
Poi dalle porte del tempio una nuova schiera di albini, in lucide armature nere e rosse, trascinò gli alti prelati, legati e piangenti al centro del cortile. Con violenza li scaraventò a terra senza riguardi e le sei figlie si fecero loro intorno.
I pugnali sacrificali uscirono dai foderi lampeggiando e rimasero sospesi a mezz’aria.
La Voluntas parlò con voce remota:
"Conoscete la Legge. Voi più di tutti la conoscete. Voi siete corrotti, depravati, avete cercato di usare la teocrazia narvatica per i vostri scopi e per le vostre ricchezze, avete avuto connivenze con gli infedeli e per ultimo vi siete nascosti nel tempio per sfuggire alla guerra. Questa è codardia! Atos è qui per voi."

A queste ultime parole i pugnali scesero implacabili e schizzi di sangue cosparsero le maschere argentee delle figlie, mentre i suoni liquidi si univano alle ultime suppliche.
Le sacerdotesse si rialzarono e si misero in cerchio intorno ai cadaveri mentre le loro voci acute intonavano il canto riservato alla morte degli infedeli.
Dai corpi stesi a terra fumo nero si alzò lento e volò verso l’immenso destriero che spalancò la bocca irta di denti aguzzi e divorò le anime dei pusillanimi.
Il canto delle figlie mutò in un canto di gioia, un canto ritmico e ancestrale che conteneva due soli nomi.
Il canto crebbe fino a diventare insopportabile e al culmine ognuna con gesto deciso estrasse una corta daga nera dal fodero e si infisse la lama nel petto fino all’elsa.
I corpi delle Figlie della Signora dei Serpenti caddero scomposti nel lago creato dal loro stesso sangue e la Voluntas Crondoris urlò agli abissi la sua invocazione:
"La loro fede era perfetta, incorrotta.
Che iI loro sangue riporti a questo piano i nostri condottieri!
Meteor! Legione!
Guidate le nostre armate!"
Tutto il tempio ricominciò a sussultare e a vibrare, a battere come un enorme cuore puntuto, e il sagrato si spezzò.
Ali nere e immense nacquero dal sangue delle figlie e fessi zoccoli caprini calpestarono i loro corpi martoriati.
Gli shernak si volsero alla loro Signora e poi uno volò alto verso gli altri demoni che solcavano il cielo, guidandoli in un nuovo poderoso attacco, mentre l’altro varcò i cancelli ringhiando rabbia e richiamando i suoi simili in ranghi serrati e ora davvero impenetrabili.
L'attacco dei demoni divenne immensamente più potente, gli Adra cominciarono ad indietreggiare risentendo dei colpi dei figli degli abissi, dalle voragini fuoriuscirono nuove ondate di demoni sempre più numerose come se il Kaelorn stesso avesse tratto nuova forza.
Echi di Guerra – IO SONO GUERRA!
by IL Narratore on feb.21, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra
Capitolo 3
IO SONO GUERRA!
La preghiera vibrava nell'aria e faceva ondeggiare le candele accese del tempio improvvisato.
Il canto era alto e potente, come se dovesse superare la distanza che li separava dalla loro Signora.
I ritualisti stavano portando al culmine la messa e avevano già le lame sacrificali accostate ai polsi.
Le invocazioni dei chierici erano rabbiose e altisonanti.
Ma il dubbio e la preoccupazione si insinuavano nei cuori delle migliaia di fedeli: “E' vero che Città del Serpente è ora visibile e in balia degli Adra? E' realmente possibile?”
L’ultima invocazione si spense nell’aria e come un sol uomo tutti i presenti versarono il loro sangue.
Il dolore era atteso, voluto, cercato.
Ed arrivò senza indugio e travolse l’assemblea abbattendo i fedeli come pupazzi inanimati.
Le grida strazianti laceravano l’aria e riempivano le orecchie.
La voce venne senza preavviso alcuno:
“Figli, Io, la voluntas Crondoris, vi mostrerò ciò che accade a Città del Serpente.
Gli odiati Adra sono alle porte. Gioite! La guerra è alle porte!
La Nostra Signora sta per uscire! Gioite! Sangue Adra sarà versato in questo momento di gloria!”

La visione arrivò nitida nella mente di tutti.
La città si avvolgeva su se stessa. Spire di vicoli, stretti e bui che curvavano verso il centro come aspidi aggrovigliati, senza apparente ordine né logica. Il selciato era ghiacciato e scivoloso e una processione porpora si srotolava lentamente a perdita d'occhio.
Il Tempio svettava in lontananza, le mille guglie aguzze erano innevate e visibili da molte leghe di distanza contro lo sfondo violaceo e livido delle nubi temporalesche.
E davanti ai cancelli del tempio migliaia di tuniche scarlatte e silenziose di Adra che premevano per entrare.
Tutto sembrava immoto finché un rumore acuto non lacerò l’aria: le porte del tempio si smossero lentamente e, dopo migliaia di anni, i cardini di ferro nero stridettero e si aprirono.
Una spessa nube di oscurità palpabile ne uscì insieme ad un suono di colpi ritmici e cadenzati, come enormi blocchi di ferro che colpissero ripetutamente il selciato e facessero vibrare la terra tutta intorno.
Molto lentamente le volute di fumo nero che avvolgevano le porte cominciarono a sfilacciarsi in sottili filamenti e a scendere innaturalmente verso il terreno, come se vi penetrassero.
Un’ombra immensa cominciava a profilarsi: la grossa testa bardata da un’armatura di tenebra sembrava emettere un fumo bianco dalle froge, mentre immensi zoccoli di fiamma scalpitavano inquieti.
Una figura si ergeva sulla groppa di Atos.
La Signora, ricoperta da un’armatura imperlata da gocce di sangue fresco, sembrava minuta sulla sella dell’enorme destriero.
“Voi non potete udire la Sua Voce.” – Intervenne la Volutas Crondoris – “Io sarò il vostro tramite e vi innalzerò al mio fianco perché possiate vedere e capire La Guerra”.
“CREDETE DAVVERO DI POTERMI ATTACCARE TANTO IMPUNEMENTE?
IO SONO LA DISTRUZIONE E SCENDERO' SU DI VOI.
VEDRO' IL VOSTRO SANGUE E LE VOSTRE VISCERE SOTTO GLI ZOCCOLI DI ATOS.
STANOTTE BANCHETTERO' CON I VOSTRI CUORI!
IO SONO GUERRA E VOI MI AVETE CHIAMATA!”
Ai fedeli sembrò di udire davvero la Sua voce come composta da tutte le urla e il dolore del mondo, che trapassava i timpani, afferrava le budella e faceva esplodere un mare di dolore rosso negli occhi.
Una mano lasciò le redini e sollevò l’elmo dal volto: tutto divenne nero.
Il cielo sembrò colare pece e la terra si mise a tremare, gli edifici caddero come castelli di sabbia e il tempio cominciò a sussultare come se fosse una cosa viva.
Le torri di Città del Serpente si sgretolarono e scomparvero in un vento ruggente mentre la polvere avvolse tutto.
Poi la terrà si aprì creando immensi crepacci dove solo pochi istanti prima si ergeva una città.
Gli Adra caddero numerosi nelle fenditure, mentre altri si allontanavano per fuggire a quella inaspettata distruzione.
Per pochissimi attimi ci fu silenzio e poi un sibilo gorgogliante mentre migliaia di serpenti vennero vomitati dalla terra.
Dalle crepe del terreno che continuavano a cedere e ad allargarsi si intravidero movimenti convulsi.
Sembrava che da ogni pezzo di terreno uscissero spade e teste e corna.
Migliaia di Dojin, striati nei più svariati colori, si radunarono e si compattarono davanti alle porte del tempio come un’enorme barriera vivente.
Atos si impennò e ricadde pesantemente a terra mentre i suoi zoccoli mandavano scintille contro il selciato e le voragini nel terreno cominciarono ad eruttare fiamme da cui comparvero i Baaling: neri ed incappucciati, ornati di molte ossa di diverse razze, ringhianti frasi incomprensibili e sbavanti malvagità.
Come mossi in unisono caos cominciarono ad avanzare disordinatamente verso gli Adra più vicini, avvinghiandosi a loro in terrificanti danze di morte.
E mentre il combattimento cominciava ad infuriare la Signora scese da cavallo e sguainò da un fodero ingioiellato una lama scura e opaca e avanzò in mezzo ai Dojin che le fecero ala.
Per un breve istante levò l’arma al cielo e poi la conficcò profondamente nel terreno fino all’elsa e di nuovo la terra fremette e il terreno cedette davanti a Lei creando una enorme fenditura che attraversò le rovine della Città.
Nebbie nere ne emersero come vapore e da queste sorse un sommesso brulicare di enormi ali membranose e di poderosi zoccoli caprini.
Gli Shernak erano giunti.
Echi di Guerra – Sangue chiama sangue
by IL Narratore on feb.13, 2010, under Comunicazioni, Echi di guerra, Senza categoria
Sangue chiama sangue











